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Violenza sui docenti, contro la persona e lo Stato italiano. Lettera

di redazione

Inviato da Gianfranco Scialpi – Violenza sui docenti, stanno aumentando i casi.

Ormai è “un tiro al piccione”. Siamo al capolinea: “la morte dell’uomo e dello Stato italiano”
Violenza sui docenti, “è un tiro al piccione”
Stanno aumentando i casi di violenza ai docenti. Secondo, quanto riportato dal portale Repubblica.it , al 12 aprile siamo arrivati 24 aggressioni pubbliche. Sicuramente il loro numero è maggiore. ” E’ un tiro al piccione !”. Mi auguro che non si arrivi a registrare il primo decesso.
Bene ha fatto il gruppo “Professione Insegnante” a lanciare una petizione per una legge più severa.
Contro la persona, contro lo stato
Viviamo in una società violenta. Respiriamo quest’aria fetida ogni giorno. In mezzo al traffico, nei rapporti di lavoro… limitandoci quasi sempre alle sole parole. E questi sono fatti che non diventano cronaca, ma esistono. Favoriscono l’ergersi degli steccati tra le persone. Siamo interconnessi, viviamo tra le persone, ma ci sentiamo stranamente soli. E questo ha un solo significato: sperimentiamo rapporti inautentici, superficiali.
Il ragazzo vive, respira questa aria viziata, dove l’altro è declassato a oggetto, a divertimento e sfogo. In questo contesto egli è un giocattolo per soddisfare le nostre frustrazioni, i desideri mutilati da una realtà sempre più complessa e difficile. “Homo homini lupus”, scriveva il filosofo T. Hobbes. Da qui la “morte dell’Uomo” della Persona (il maiuscolo è intenzionale) che diviene anche il declino dello Stato italiano.
“Prof, mi metta 6 e non mi faccia incaz…Chi è che comanda, eh? Si inginocchi” Ho evidenziato l’ultima parte, perché in essa è condensata la grave offesa allo Stato italiano! A tutti noi, considerando che in quel momento il professore rivestiva le funzioni di pubblico ufficiale.
Le scuse e le giustificazioni, tutto troppo facile!
Premetto: il fatto conferma il senso di onnipotenza, la consapevolezza di non esser puniti per la bravata e l’analfabetismo informatico che caratterizza non pochi ragazzi.
Detto questo, pare che gli studenti, una volta riconnesso il cervello al corpo abbiano chiesto scusa. Troppo facile! Non accetto neanche il sottile giustificazionismo di alcuni psicologi ( Bisogna capire,,, comprendere la complessità del rapporto tra il docente e il ragazzo…)
E’ necessario confermare “senza se e senza ma” il principio d’autorità attraverso le sanzioni che tocchino i loro interessi. Una sospensione o una bocciatura possono risultare inefficaci. E’ indispensabile recuperare “la presenza del Padre”, come simbolo del limite e della soddisfazione regolata delle pulsioni. In tutto questo i loro genitori ragazzi devono essere chiamati in giudizio per “culpa in educando” e quindi anch’essi chiamati a pagare duramente per l’offesa alla persona e allo Stato italiano.

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