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Insegnanti e burnout: non sempre il trasferimento in un’altra scuola risolve, uscirne è possibile solamente facendo le mosse giuste

di Vittorio Lodolo D'Oria

Attraverso la testimonianza di una professoressa delle superiori di primo grado ripasseremo alcune dinamiche tipiche del burnout ma ne impareremo anche di nuove, fino a scoprire come sfuggirgli nonostante un esordio violento, improvviso e soprattutto precoce.

 A 46 anni Claudia si trova demotivata, isolata, bruciata, con la falsa speranza di trasferirsi in una nuova sede “in centro”, dove l’utenza è certamente più facile da gestire e i colleghi più disponibili. Quello che sembrava un miraggio si rivela presto un incubo mentre medici, malattia e psicofarmaci divengono il seguito scontato della vicenda. Tuttavia la storia è a lieto fine, almeno per il momento, perché il grande persecutore diviene oggetto di studio e di interesse a favore di tutta la categoria professionale. Scoprire i segreti e il motivo per i quali insegnare fa stare male può divenire una preziosa strategia di adattamento positiva nel lento cammino di recupero del proprio equilibrio psicofisico. Se poi il percorso mira a proteggere, rivalutare importanza e criticità della professione a oggi più trascurata e bistrattata, tanto meglio. Segue la storia di Claudia, intervallata da alcune riflessioni, con due lettere scritte a distanza di sei mesi l’una dall’altra.

Prima lettera. Gentile dottore, le scrivo per comunicarle una mia sofferenza che mi ha preso quest’anno. Sono stata docente di lettere in una scuola di periferia per 10 anni, dove l’emergenza con l’inclusione di casi impegnativi e gravi mi ha lentamente, anno dopo anno, logorato. Stanca e demotivata, credendo di trovare una situazione migliore, ho fatto domanda di trasferimento in una scuola del centro. All’inizio ero contenta di aver ottenuto il trasferimento, ma quando ho realizzato il carico di lavoro che mi attendeva, avendo perso tutti i miei punti di riferimento della mia vecchia scuola, con mia grande sorpresa, ho avuto un pesante crollo emotivo in estate: un primo episodio depressivo che mi ha molto spaventato, tanto da ricorrere agli ansiolitici e agli antidepressivi. Tale malessere però perdura ancora, a distanza di mesi, soprattutto la constatazione di non aver cambiato granché in questa scelta mi ha fatto sprofondare in un’altra crisi. Ai cari, collaborativi colleghi ho sostituito altri individualisti e inesistenti, poco capaci di lavorare in team; all’utenza di emarginati e stranieri e ai numerosi casi di disagio, ho sostituito invece una clientela di adolescenti della borghesia bene, talvolta arroganti, viziati e generalmente ipocriti, poco inclini ad accettare senza polemiche il voto. Non vedo un futuro roseo per noi docenti nei prossimi anni, lo stesso buon rapporto che mi legava alla classe nei miei primi dieci anni di insegnamento ora non lo trovo più, o è sempre più raro. Ci sono mattine che non provo alcuno stimolo ad andare a scuola. I dirigenti hanno sempre più pretese, richiedono un impegno sempre più gravoso sul piano delle responsabilità che, evidentemente, anche su di loro ricadono. Spesso accade che si metta in atto un circolo vizioso nella comunità scolastica: un preside accoglie con più favore una lamentela di un genitore piuttosto che difendere il nostro operato. Con una classe quest’anno faccio molta fatica: un “bad boy” ha capito la mia vulnerabilità e mi ha reso difficile ogni lezione. Sono esausta, senza energie, la sensazione di essere svuotata, di essere arrivata ad un capolinea. Non ho più nulla da dare a questi adolescenti. Il mio umore è spesso sotto le scarpe, sento un macigno al cuore, la notte mi scendono le lacrime, non volevo ma è stato necessario provvedere a iniziare una cura farmacologica. Le giuro, per me è la prima volta a 46 anni. Non reggo più i ritmi e i carichi di lavoro, le ansie, le preoccupazioni che ci sono sempre dentro una classe. Non parliamo del rapporto con i genitori, talvolta sono prevaricanti, quasi sempre sulle difensive, pochissimi sono quei genitori che collaborano con noi docenti per realizzare un’alleanza in un consapevole percorso formativo che coinvolga i loro figli. Quasi nessuno ormai è in grado di gratificarci. Il peso di una perdita nella considerazione sociale è di fatto un teorema su cui si regge la scuola di oggi, anche la “buona scuola” non ha dato la giusta riabilitazione alla categoria dei docenti. Conosco molti miei colleghi che oppressi da queste continue richieste, dal normale operato del fare scuola, perché possa coincidere con le esigenze personali e familiari, hanno dovuto richiedere il part time, con la conseguente decurtazione dello stipendio. Durante il mio primo incontro con lo psichiatra ho aperto un cerchio. Stringendomi la mano mi ha assicurato che da questo stadio di depressione si esce. Non sono sola, pare. Intanto la mia concentrazione, le mie facoltà intellettive si sono notevolmente ridotte. Preparare una lezione è ancora fattibile, ma a correggere tutti quei pacchi non riesco più. É un immane sforzo che mi porta via il quadruplo o il quintuplo del tempo che prima impiegavo. Un incubo riuscire poi a valutarli. Ma chi aiuta quei bravi professori che per anni sono stati in prima linea nelle scuola di frontiera e poi per un inceppamento di chissà quale meccanismo non funzionano più? Questo logoramento è una patologia correlata allo stress della mia professione?

Vorrei trovare una soluzione a questo mio disagio. Eppure sono partita così entusiasta della mia professione quando avevo vent’anni, ora provo tanta amarezza. Probabilmente ho bisogno tanto di staccare dalla scuola per curarmi. Il medico mi ha dato due settimane di malattia. In questi giorni sto persino pensando a richiedere un congedo: i tempi restrittivi del controllo fiscale non favoriscono la mia ripresa. Avrei bisogno di muovermi, di attraversare un bosco, di stare fuori all’aria aperta; chiudermi in casa in attesa della visita fiscale non mi aiuta a superare certamente questa mia fase ansioso depressiva. Come se ne esce? La ringrazio per l’ascolto. Un cordiale saluto. Claudia

Commenti. La lettera è molto chiara e non necessita di grandi spiegazioni, tuttavia vi sono alcuni punti che vale la pena sottolineare:

  1. Per tutti il trasferimento sembra sempre costituire un’ancora di salvezza, ma è esattamente l’opposto perché si “perdono tutti i punti di riferimento del precedente ambiente”. Lo stress inoltre è all’interno della persona che se lo trascina ovunque vada.
  2. Nella nuova sede tutti (dirigente, colleghi, utenza) diventano nemici quasi per magia, ma si tratta di una prospettiva malata figlia di una condizione psicofisica precaria.
  3. Assai eloquente la frase “Le giuro, per me è la prima volta a 46 anni…” che indica totale disinformazione sui propri rischi professionali e soprattutto forte vergogna/umiliazione per la condizione in cui Claudia versa con il relativo ricorso agli psicofarmaci. Questo sentimento di vergogna è il più grande nemico della guarigione poiché induce sempre il malcapitato a isolarsi anziché confrontarsi e condividere il disagio (“Ho bisogno di staccarmi da scuola…”).
  4. La questione della reperibilità in caso di patologia psichiatrica è facilmente superabile. Occorre esibire alla propria amministrazione un certificato specialistico di psichiatra ospedaliero (pubblico) nel quale è riportata la seguente dicitura: “La paziente da me seguita necessita di allontanarsi da casa durante la giornata a fronte della sua situazione clinica attualmente in fase di trattamento. Non le è pertanto possibile sottostare agli orari di reperibilità per visita fiscale nel periodo di malattia”.

Seconda lettera (sei mesi dopo). Gentile dottore, tempo fa le avevo scritto perché preoccupata da uno stato depressivo per me di difficile gestione. Dopo due mesi di malattia e di cura farmacologica, supportata dalla terapia psicologica, ho ripreso servizio. Devo riconoscere che la mia ripresa è stato anche merito della mia dirigente, che comprensiva non mi ha fatto nessuna pressione, e dei colleghi, che sensibili mi hanno sostenuto con discrezione lungo questo cammino di riadattamento a scuola. Con questi ultimi non ho fatto outing, ho preferito mantenere il riserbo sulla questione. Ne ho invece sempre parlato apertamente con il dirigente coinvolgendolo sulle mie difficoltà e sulla dimensione del burnout che, mio malgrado, mi colpiva. La mia sfera timica, fortemente compromessa, per settimane non mi ha permesso di concentrarmi (anche vedere un semplice telegiornale era un problema), né leggere, attività che di solito amo fare. Una serie di pensieri autodistruttivi mi ha attanagliato fino a dubitare di riuscire quest’anno a rientrare in pista. Meno male non è stato così. Ho ripreso lentamente cercando di salvaguardare i miei tempi e i ritmi che sentivo poter sostenere, senza mai forzarmi. Diciamo che per ora nel complesso tutto va bene. Ho ripreso la mia attività professionale senza sentirmi più fagocitata dagli eventi e dalle emozioni, mi ritaglio momenti per me in cui non mi faccio prendere più dall’ansia di tutte le cose che devo fare per la scuola, ridimensionando quanto prima invece ingigantivo. Insomma, mi sembra di essere finalmente uscita dal tunnel… Vengo dunque al sodo.. si chiederà perché allora le scrivo? In verità vorrei approfondire l’argomento del burnout, ancora tanto sottaciuto e sottovalutato…io stessa l’ho fatto. In tempi non sospetti credevo che in burnout ci potessero cadere solo i colleghi impreparati, fragili, di per sé inadatti ad insegnare perché colti giovanissimi, all’atto del loro reclutamento, da qualche turba psichiatrica (qualcuno di questi mi è capitato anche incontrarlo). Mai ho dubitato che anche i più motivati e devoti alla causa potessero rimanere improvvisamente intrappolati nella ragnatela del burnout. Si ha paura a parlarne. Tutti siamo impreparati all’evento: genitori, docenti, dirigenti non sanno leggere tra le pieghe del disagio mentale degli insegnanti né sanno come affrontarlo. Nella mia nuova scuola, chissà , forse a seguito della mia esperienza, la dirigente ha offerto come corso obbligatorio sulla sicurezza una giornata di conoscenza sul disagio psicofisico generato dallo stress da lavoro correlato. Finalmente si è parlato del problema burnout. É un inizio, per me la prima volta che assisto ad un intervento del genere. Per questo la contatto. Da alcuni anni mi occupo di sviluppare insieme a mio marito dei progetti di audiovisivi. Vorrei realizzare un documentario sul tema del burnout. Al momento lei è il primo a cui scrivo mentre ne sto studiando il soggetto…ecco mi piacerebbe per questo progetto incontrarla, fare con lei una chiacchierata, se possibile intervistarla. Che ne dice?

Commenti. Tre piccole considerazioni conclusive per evidenziare i passaggi critici della riscossa.

  1. La ripresa non è tanto opera degli psicofarmaci (che hanno senza dubbio svolto la loro funzione di aiuto) ma della sensibilità del dirigente e della disponibilità dei colleghi (pur non informati dello stato depressivo). Quale migliore conferma del fatto che è proprio la “condivisione” la migliore strategia di adattamento positiva?
  2. Tre affermazioni descrivono perfettamente i punti sui quali la prevenzione deve lavorare: “credevo che in burnout ci potessero cadere solo i colleghi fragili, impreparati, inadeguati”; “Si ha paura a parlarne”; “Tutti siamo impreparati all’evento (burnout)”. Occorre di conseguenza riconoscere ufficialmente le malattie professionali dei docenti, informarne la categoria, predisporre la prevenzione e l’orientamento alle cure. Tutto ciò ad opera delle (dormienti) istituzioni.
  3. Assai importante il ruolo benefico di una sana vita di relazione. Non è un caso se è proprio il marito, col suo lavoro professionale, a “trasformare” l’odiato burnout in un interessante fenomeno da studiare addirittura in orario extrascolastico.

Direi proprio che Claudia è sulla via della guarigione e attendiamo con ansia di vedere il documentario cui darò tutto il supporto necessario.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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