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Suicidio: il male oscuro dei giovani. Prevenzione nelle scuole

di redazione

Vincenzo Musacchio, direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise – La propria esistenza a un certo punto appare come una galleria tetra e senza fine, come le tenebre in forma perenne: così è descritto il suicidio giovanile. Un evento che uccide, senza distinzione di sesso, di classe sociale, di professione e di età.

Gli ultimi dati statistici italiani (Istat 2016) ci dicono che faccia più vittime degli incidenti stradali e degli omicidi messi insieme. In Molise, la mia terra, ci sono stati tre casi in pochi giorni. L’ultimo di una ragazza isernina che studiava a Napoli.

Il suicidio è visto troppo spesso come una soluzione definitiva a un problema che in realtà è soltanto temporaneo. E’ una tra le prime cause di morte tra i ragazzi dai quattordici ai venticinque anni.

Giovani e giovanissimi che hanno la voglia di urlare la loro rabbia, il dolore, il loro abbandono, il loro rifiuto di accettarsi per quello che si è. Tra le cause principali anche il bullismo e il cyber-bullismo ma non mancano le delusioni amorose.

Quest’abbassamento d’età deve preoccuparci – e non poco – poiché tra le altre motivazioni riscontrate, vi è anche una carenza d’interazione dei ragazzi con la famiglia e con la scuola. Ci sono sempre più giovani soli, che anziché cercare un rapporto umano comunicano attraverso i social network. Questo indica un’assenza di dialogo anche all’interno dei rapporti con i propri coetanei.

La malattia psichica e il disagio sociale sono spesso killers invisibili. Se a tutto questo si somma il consumo di alcool e droghe, la miscela diventa esplosiva. Non mancano casi di giovanissimi dediti all’alcool e alle droghe cui probabilmente mancano i parametri di connessione alla vita reale. Quindi se è già presente un disagio di natura psicologico-sociale, la situazione può solo peggiorare.

Solitamente il campanello d’allarme potrebbe essere rappresentato da uno scarso rendimento scolastico, uno scarso impegno nella vita sociale, nel non comunicare con la famiglia situazioni personali affettive ed emotive, ma soprattutto in una chiusura rispetto alle attività che solitamente si vivono alla propria età. Sono convinto, per l’esperienza vissuta in mezzo ai giovani da oltre venticinque anni, che il passo più importante resti sempre quello di parlarne con qualcuno.

Noi con la Scuola di Legalità stiamo attuando un’attività di prevenzione proprio all’interno delle scuole. Cerchiamo di creare un contatto con i giovani, cerchiamo di parlare con loro e di farli interagire tra loro. Ovviamente il nostro lavoro è insufficiente e ritengo che questo impegno dovrebbe essere incoraggiato soprattutto all’interno delle famiglie e delle scuole che devono a tutti i costi riprendere il dialogo. E’ una delle poche speranze per porre freno a un fenomeno che purtroppo spezza il cuore di tanti genitori.

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