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Sì ad insegnamento della filosofia alla primaria, Piarulli “i bambini sono più filosofi degli adulti”

di Eleonora Fortunato

Nel Regno Unito e in Irlanda è in aumento il numero delle scuole che sperimentano con successo l’introduzione della filosofia già nella scuola elementare: aiuta a sviluppare le abilità matematiche e di alfabetizzazione, anche negli studenti più svantaggiati. E così i dicasteri dell’istruzione d’Oltremanica rimettono in discussione il dogma che la annovera tra le materie specialistiche, destinata a ragazzi più maturi, mentre in Italia questo dibattito non ha mai oltrepassato i confini della discussione specialistica, nonostante di tanti disegni di riforma radicale del sistema. Ne abbiamo parlato con Luisa Piarulli, pedagogista e già presidente dell’ANPE (Associazione Nazionale dei Pedagogisti Italiani).

Professoressa Piarulli, perché ai bambini piace la filosofia?

“Se poniamo a un bambino le domande più difficili: come nasce un bambino? Che cosa vuol dire morire? Che cos’è la giustizia? e via così, loro, i bambini, hanno sempre una spiegazione semplice, chiara, coerente e… serena. Mentre noi adulti ed esperti di vario genere tentiamo di dare risposte facendo leva su ricerche e teorie, i bambini sono animati dalla curiosità, rompono i giocattoli, anche quelli più costosi, desiderosi di scoprirne gli ingranaggi più reconditi. La motivazione a conoscere è altissima. Progressivamente, crescendo, vengono condizionati dalle strutture sociali, dai dogmi, dai pregiudizi e dagli stereotipi del mondo adulto. Un vero peccato! Una clamorosa perdita in termini di umanità che si traduce purtroppo in atrofia emozionale, demotivazione a imparare o nichilismo, con conseguente assunzione di forme di disagio”.

Sta dicendo che i bambini sono più filosofici degli adulti, in fondo…

“Dobbiamo dircelo: il nostro tempo è dominato da una profonda crisi della conoscenza, una conoscenza oggi “mutilata, sopraffatta da un tecnocratismo dominante, mentre si va radicalizzando sempre più una disgiunzione tra la cultura scientifica e quella umanistica”(E. Morin)”.

Mi lasci continuare la mia citazione aristotelica: i bambini sono più filosofici degli adulti perché colgono meglio l’universale, mentre i secondi sono presi dal particolare.

“La nostra società complessa tende alla compartimentazione dei saperi, ma la conoscenza ha un unico filo conduttore che significativamente collega ogni disciplina: dalla letteratura alla filosofia, dalla matematica alla pedagogia, dalla psicologia alla sociologia; nella giusta maniera possono essere insegnate e proposte ad ogni età. Invece la vulgata tecno-economica dominante considera la cultura umanistica senza interesse o un puro lusso (Morin), riducendo i corsi di storia, letteratura e filosofia. Educare a pensare richiede creatività e problem solving e la filosofia, sorella della pedagogia, si rivela essere una disciplina che co-costruisce il percorso verso una riflessività consapevole, verso lo sviluppo di un pensiero critico e autonomo, verso l’acquisizione dell’etica di vivere che permette di saper vivere.

I fatti che ci ha riportato la cronaca di questi ultimi giorni – mi riferisco ai due adolescenti che hanno barbaramente ucciso i genitori di uno dei due – ci devono ragguagliare sul fatto che oggi la mission più importante dell’educazione è insegnare a vivere, insegnare che noi esseri umani abbiamo bisogno, per vivere bene, di qualcosa che gli altri esseri umani possono darci solo se ce lo conquistiamo, una cosa che è impossibile strappare con la forza o con l’inganno, come scrive il filosofo F. Savater. Nel degrado valoriale del nostro tempo la preoccupazione pedagogica deve diventare l’arte di vivere. Si tratta di un cammino che deve iniziare fin dalla nascita e quando le famiglie sono sempre più sprovviste di strumenti, è la scuola a doversi assumere questo impegno”.

Instaurare una relazione filosofica con i bambini è però diverso dal parlare di filosofia con loro.

“Sono d’accordo,fare filosofia con i bambini è diverso che insegnare filosofia; potrebbe sembrare un pensiero arduo o ambizioso. Ritengo invece che sia molto semplice, motivante, accattivante e…divertente; si fa filosofia con le domande, con i laboratori, con la narrazione – trasformando i gradi filosofi in personaggi fiabeschi – con il teatro, con la musica, lasciando spazio al libero pensiero creativo ed espressivo. Non ci saranno mai risposte giuste o sbagliate, né valutazione ma solo apertura mentale che permette la formazione del cittadino.

Ricordiamoci che ‘filosofia’ significa ‘amore per la sapienza’. Oggi questo amore va affievolendosi sempre più, perché è l’era dell’efficienza, della competitività, della valutazione sistematica, della velocità nevrotica, dell’apparire. Raggiungere sapienza richiede invece riflessione, tempo, parola, sguardo, volto. È così che s’impara a conoscersi, a guardarsi dentro per meglio comprendere ciò che è Altro da me.

Fare filosofia con i bambini è incantevole, è davvero un’altra storia, perché non ci sono rigide strutture: i bambini senza filtri dicono quel che pensano. Ascoltare i bambini rappresenta una autentica boccata d’ossigeno! Essi sono rigeneratori di energia e di ottimismo, di piacere e di bellezza.

La capacità empatica di un bambino è superiore a qualunque teorico della materia; essi colgono la tristezza di un adulto e in modo disarmante sanno chiederti: “ Perché sei triste?” per poi aggiungere con lo sguardo “ci sono io!”: la probabile carezza che segue è impagabile. Interventi filosofici in un gruppo classe sono preziosi e co-costruttori della necessaria cornice pedagogica volta a far acquisire le indispensabili skills per vivere al meglio la propria vita, per affrontare e superare le paure, per riconoscere le emozioni che guidano il comportamento. I bambini fanno filosofia sempre, senza saperlo”.

Nel prosieguo degli studi, al liceo o all’università, si affronta poi lo studio della storia della filosofia e spesso l’interesse e la motivazione per la materia precipitano. Alcuni alunni esclamano: “Ma a che serve la filosofia? È inutile!”.

“Eh sì, gradatamente si entra nel vortice della spendibilità, della remunerazione e non ci si interroga più su nulla, subentra una sorta di autistico isolamento virtuale. La filosofia agìta, come fanno i bambini, è invece ancora più preziosa in adolescenza e incentiva il gusto verso la storia della filosofia; il testo di F. Savater Etica per un figlio ne è un valido esempio”.

Che lei sappia, esiste in Italia una ricerca didattica che si spinge su questo sentiero?

“In Italia sono nate diverse associazioni negli ultimi anni che propongono percorsi filosofici e laboratoriali alle scuole di ogni ordine e grado, addirittura in ospedale (ricordiamoci che ci sono anche reparti di oncologia infantile dove i piccoli pazienti purtroppo affrontano anche la morte).

Esistono, inoltre, associazioni di counselling filosofico sia per bambini sia per adulti.

Quindi direi che siamo a un buon punto. Tuttavia la tendenza attuale nelle scuole è quella di incoraggiare e sostenere in particolare una didattica tecnicistica per far acquisire competenze spendibili nel mercato del lavoro. Occorre una riforma del pensiero che coinvolga istituzioni e professionisti. A tale proposito ritengo utile l’impegno congiunto di alcune professionalità, in particolare filosofia e pedagogia per educare al pensiero e dunque alla vita”.

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