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“Ragazzi, vi racconto la mia dislessia”. Ex studenti denunciano la propria odissea a scuola: le loro storie

di Vincenzo Brancatisano

“Alle elementari, a Milano, ho incontrato le prime difficoltà”, racconta Valentina Poloni, quinto anno di Medicina, facoltà che scelse anni orsono dopo aver superato brillantemente i test d’ingresso al termine di una maturità classica molto deludente.

“La mamma mi rinfacciava sempre di scrivere come una gallina. E volete sapere come scrivo oggi? – chiede oggi al pubblico che la ascolta, mostrando un quaderno su un grande schermo – Scrivo così. Esattamente come scrivevo all’età di dieci anni. Io la mia disgrafia me la tengo a vita”. Poi tocca a Ruggero: “A scuola in Sicilia – sottolinea il ragazzo con una rabbia malcelata dall’entusiasmo per come si sente ora – c’era il buio per me. Le giornate erano grigie. Vedevo la scuola come un nemico”. Le accuse sono naturalmente tutte da dimostrare Diplomato al liceo classico con un voto basso, poi laureatosi con 110 e lode in Beni culturali all’università di Catania, Ruggero Di Vincenzo ha iniziato un nuovo percorso universitario: ora frequenta Scienza dell’educazione a Parma perché vuole dare ai bambini ciò che la scuola ha fatto mancare a lui. Si è ripromesso di tornare in Sicilia “per far cambiare le cose in una regione – questa è la sua grave accusa – dove manco sanno cosa sia la dislessia”. Sono due testimonianze molto forti e molto coinvolgenti, che hanno animato l’incontro dal titolo “My Story, testimonianze di giovani con Dsa”, con il quale si è chiusa a Modena presso l’auditorium dell’ITI Corni la settimana della dislessia organizzata dall’Aid, l’Associazione italiana dislessia, rivolto a studenti, insegnanti e genitori. C’eravamo anche noi.

Il progetto “My Story, testimonianze di giovani con Dsa” consiste nel portare nelle scuole la storia dei ragazzi affetti da uno dei disturbi specifici di apprendimento con l’obiettivo di sensibilizzare tutti su un disagio che colpisce una buona fetta della popolazione  e di favorire negli alunni direttamente interessati un processo di coltivazione dell’autostima. Si calcola che questi disturbi colpiscano mediamente il 5,5 per cento della popolazione, ma la situazione in Italia è variegata. Stando ai dati del Miur, si va dalla Val d’Aosta e dalla Liguria con una percentuale di Dsa che arriva al 5,1 per cento, alla Calabria con il suo 0,8 per cento, passando dalla Sicilia dello studente Ruggero, che si attesta su un 1,3 per cento. Il Miur conferma: “Da un punto di vista territoriale – spiega – le certificazioni di disturbi specifici di apprendimento vengono rilasciate in misura maggiore nelle regioni del Nord-Ovest in cui la percentuale di alunni con DSA sul totale dei frequentanti è pari al 4,8 per cento. Tale percentuale è elevata anche nelle regioni del Centro e del Nord-Est: mediamente si ha una quota di alunni con DSA sul totale alunni rispettivamente pari, nell’anno scolastico 2017/2018, al 3,9 per cento e al 3,6 per cento”. Peraltro, hanno fatto scalpore i dati di tendenza registrati in Emilia Romagna, con Modena (sede dell’incontro) e la sua provincia che vedono un incremento esponenziale, pari al 183 per cento negli ultimi 6 anni, come abbiamo riferito nei giorni scorsi. In quella regione, stando alle rilevazioni dell’ufficio scolastico regionale riportate sulla nota, nel 2018/19, le segnalazioni di DSA sono 29.812, pari al 4,8 per cento degli studenti (615.5471 la platea totale) delle scuole di ogni ordine e grado statali e paritarie. A livello provinciale, il livello più alto è registrato a Modena con 6.736 segnalazioni su 105.334 studenti, pari al 6,4 per cento. Se poi si considera anche il dato dell’anno precedente, l’incremento nel biennio è stato del 18,6 per cento, per arrivare addirittura a un aumento dei Dsa nel corso degli ultimi 6 anni pari al 183 per cento in questo territorio. Le segnalazioni maggiori di DSA si verificano nella scuola secondaria di II grado (48,3 per cento), dove è stato registrato anche il maggiore incremento: dal 2012/13 al 2018/19 la crescita è stata del 346 per cento. Situazione sovrastimata o grande attenzione per il problema? Di sicuro fa molto più scalpore il dato del Sud, dove i numeri deporrebbero a favore di una presenza quasi trascurabile di bambini e ragazzi con disturbi di apprendimento. Ma il primo a non crederci è lo Stesso Miur, che commenta: “Colpisce come per le regioni del Mezzogiorno tale percentuale sia nettamente più contenuta, pari in media all’1,6 per cento”. Tra le singole regioni, i valori più elevati secondo le stime del 2017-2018, secondo il Miur “si rintracciano in Valle d’Aosta e Liguria, con il 5,1 per cento di alunni con disturbi specifici di apprendimento sul totale alunni frequentanti, in Piemonte con il 4,8 per cento e in Lombardia con il 4,7 per cento. Per contro le percentuali più contenute sono presenti in Calabria, Campania e Sicilia, rispettivamente con lo 0,8 per cento, l’1 per cento e l’1,3 per cento. Ma a Modena, come detto, nell’anno in corso il dato si attesta, stando ai risultati pubblicati dalla Direzione scolastica regionale, su un dato in costante crescita, che è del 6,5 per cento.  Si stima però che nel mondo la popolazione degli affetti da dislessia e da altre forme di disturbo dell’apprendimento sia del 15 per cento. Dunque c’è da chiedersi se i dati non siano sottostimati anche laddove sembrano in eccesso. Ma non tutti sono d’accordo. Si sottolinea da più parti infatti come sia invece negativa e deprecabile l’eccessiva e spesso prematura medicalizzazione degli alunni. Si propone invece di potenziare semmai gli interventi didattici fin dalla tenera età, di rallentare i programmi, di allenare meglio le abilità. Il dibattito è aperto su questo fronte. Ma come fare a convivere con il disturbo?

Si può condurre una vita normale in presenza di un Dsa? Con i dovuti accorgimenti e con l’impegno di tutti i soggetti coinvolti nel mondo frequentato da ragazzi, un disturbo che rimarrà il più delle volte come tale per tutta la vita può essere gestito nel migliore dei modi. A partire dalla scuola, anche se la scuola a un certo punto finisce e il disturbo rimane. Ma come nasce l’idea del progetto? “Nel 2012 – spiegano gli organizzatori dell’Aid – abbiamo fatto un campus estivo a Savona. Ci siamo parlati e abbiamo scoperto che tra noi c’erano tanti talenti e tante difficoltà. Ci siamo detti: mettiamo assieme i nostri talenti e andiamo in giro nelle nostre scuole portando le testimonianze di chi convive da più dempo con i  disturbi”. Così due ragazzi, uno senior e uno junior, su richiesta degli istituti si recano a scuola e parlano con gli alunni, raccontano la propria storia. Perché si va male a scuola? Tanti sono motivi. “Quando nasciamo – hanno spiegato – vediamo le cose ma non sappiamo come si chiamano. A tre anni abbiamo imparato a dare un nome alle cose.  A sei anni impariamo come si scrivono. I problemi esplodono a scuola, anche se non sempre succede. Molti scoprono il disturbo finita la scuola, magari all’università o fuori. Pensiamo di trovarci di fronte al numero 13 e di leggerlo come 31. A scuola all’inizio ci vuole molta energia. Quante emme ci vogliono nella parola mamma? In genere parte un processo attentivo a cui subentrano processi automatici. Come quando ci mettiamo a guidare la macchina o la bicicletta: dopo un po’ non si pensa più alla frizione. “Ma questo – spiegano loro – avviene in tutti tranne che nei bambini con Dsa. Siamo neurodiversi. Con la lettura e l’esercizio e la scrittura noi siamo in difficoltà. Poi ognuno fa una fatica diversa da altri”. Alcuni hanno difficoltà nella lettura, altri nella scrittura, altri nei calcoli o nell’interpretazione dei numeri e delle grandezze  altri, altri discalculici, altri si perdono nelle doppie e in altri problemi della disortografia. Ma tutti sono intelligenti, devono essere intelligenti, spesso sopra la media, poichè se ci fosse invece un deficit di intelligenza la diagnosi sarebbe ben diversa.

Storia di Valentina. “Nessuno credeva in me, neppure io”. Ma supera il test a Medicina al primo colpo e sta per diventare medico

Sono entusiasti, Valentina e Ruggero, nel raccontare la propria storia ai bambini e ragazzi presenti all’incontro, ai genitori, ai docenti. Portano la loro testimonianza e invutano tutti a fare come loro. A non piangersi addosso e e a prendere coscienza che “c’è sempre un piano B”. che se a scuola ci sono le delusioni, perchè non tutto funziona come dovrebbe, le cose in futuro possono migliorare. Dopo la scuola la vita continua anche senza la scuola, nel bene e nel male. E un computer, uno smartphone, una mappa, una calcolatrice diventeranno di normale uso quotidiano, anche se a scuola spesso sono visti come un aiuto da rinfacciare, quasi che si rubi qualcosa a qualcuno”.

Rinfacciare. La mamma “mi rinfacciava sempre di scrivere come una gallina – racconta Valentina Poloni –  In classe non facevo i cartelloni assieme agli altri.  E volete sapere come scrivo? Come scrivevo a dieci anni. Io la mia disgrafia me la tengo a vita”. Oggi Valentina studia e dà ripetizioni ad altri bambini. “Io che avevo difficoltà a scuola, ora do ripetizioni ai bambini, vi rendete conto?, sorride nel dirlo. Alle medie fu iscritta in una scuola molto inclusiva. Si tratta delle medie sperimentali Rinascita, scuola pubblica. “Uscivo tutti i giorni alle 15.45. Oltre alle materie facevamo attività sociali, tra cui oro, orchestra, cucina, radio, e progetti. Tutto con valutazione e voto. Non venivano testate solo le attività tradizionali ma venivano fuori i singoli talenti. Era una scuola molto inclusiva, con tanti Dsa.

Io li vedevo con strumenti compensativi ed erano trattati normalmente dai professori. In pratica io ho conosciuto I disturbi in maniera positiva. Quando ho scoperto di esserlo l’ho vissuta bene”. Poi arriva il momento del liceo. Racconta: “Io Dsa e scelgo il liceo classico, ma vi rendete conto? I professori se ne fregano di più. Non riescono a seguire tutti gli alunni perché hanno molte classi. Al “Parini”, poi, con i figli della Milano bene, super rigido. Ho iniziato ad avere le prime difficoltà fin dal primo giorno. C’era da imparare tutto l’alfabeto greco e non solo, a memoria, per il giorno dopo. Mi sentivo diversa, prendevo tutti 4. Alcuni prof non sono stati carini con me. Una volta per un ciclo di conferenze hanno scelto di mandare solo alcuni studenti, non c’era posto per tutti. Secondo voi con quali criteri? Hanno sorteggiato? Hanno scelto gli studenti interessati, come lo ero io? No, hanno mandato i più bravi”. Un docente le disse “che dovevo fare un corso di calligrafia altrimenti l’anno successivo non avrebbe più corretto i miei compiti. Non ce la facevo più. Pensavo fossi stupida”. Poi qualcuno la convince a vederci chiaro. Arriva la diagnosi. Intelligenza superiore, ma discalculica e disgrafica, due dei disturbi più diffusi tra i Dsa. Ma “da quando la professoressa smise di contare gli errori ortografici, i 5 divennero 7, 8 e 9 allo scritto della maturità”. Ma agli orali andò male e quando i commissari seppero da lei che avrebbe scelto la facoltà di Medicina, “pensarono fossi matta. Hanno detto che è un percorso difficile e lungo, ma io volevo andare contro il parere di tutti, almeno così un giorno, davanti a un fallimento, avrei potuto dare la colpa a me stessa. Nessuno credeva in me, neppure gli amici. In più il test. Sessanta domande in cento minuti. Sarebbe entrato solo uno su sei. Ho provato. Ho chiesto tempo in più e una calcolatrice. Passo al primo colpo. Smentisco tutti e anche me stessa. Gente che ha preso 100 all maturità non è entrata, io sì, non lo dico per gli altri compagni, ci mancherebbe, lo dico per me. Mi sentivo orgogliosa”.

E ora? “Ora sono al quinto anno. Forse tra due anni mi laureo. È difficile per tutti, questo percorso, avevano ragione i professori. Devi stare lì a studiare per ore e ore. Ma essere un numero all’università è un vantaggio. Non lo uso solo io il computer lo usano tutti. Tutti usano la calcolatrice. Quindi questa disparità non c’è, quindi, cari ragazzi, fatela l’università. Si può fare tutto nella vita. Io ora faccio le ripetizioni agli altri. Io che avevo le difficoltà. Quando farò il medico dovrò essere empatica. È un grande privilegio fare medicina e diventare medico e aiutare le persone in difficoltà. Ci vogliono tentativi ma ce là si fa, vi assicuro. La lezione frontale non ha funzionato. Il piano B sì”. Il piano A è la scuola, che non sempre dà il massimo di sè su questo fronte. Non dappertutto. “A voi genitori, mi rivolgo a voi – prosegue Valentina – Se i vostri figli con il piano A non ce la fanno, sappiate che ce la faranno. Un giorno la scuola finisce”. Infine si rivolge ai docenti. “Vale anche per i prof. Chiedetervi per favore: come faccio a cambiare il mio metodo di insegnamento? Io stesso cambio il mio modo di insegnare nelle ripetizioni, non vedo vedo perché non lo facciate voi. Io non le so le tabelline, poi vi spiego come faccio ad arrivare al risultato di 7 x 8 senza calcolatrice. Chi sa le tabelline non ha bisogno della calcolatrice. Chi non le sa trova giovamento dalle calcolatrici. Gli strumenti compensativi non mi danno un vantaggio, devo comunque io saper cosa moltiplicare. Se uno non studia, neppure con le calcolatrici e le mappe riesce. Anche se diamo gli strumenti compensativi lo si sgama subito se non si studia. E se uno ha un dubbio lo va a cercare su internet. Perché non dovrebbe essere così a scuola? Se in un’espressione algebrica metto un meno fuori dalla parentesi invece che dentro, come può succeder a tanti di noi, lo sapete, il calcolo verrà clamorosamente sbagliato. E questo che cosa cosa significa: che forse non so la matematica? No. Io sono discalculica e non riesco a vedere il meno che andava messo dentro la parentesi e non fuori. E se tu, prof,  non mi dici dove è l’errore che ho commesso, come faccio io? Lo strumento compensativo è in quel momento per me l’indicazione del meno messo in un posto sbagliato. C’è una legge, la 170, che tutela i Dsa e che dice che i Dsa hanno diritto a tutti gli strumenti compensativi e dispensativi. Per fortuna che c’è, questa legge, prima non venivamo tutelati. L’utopia è che un giorno non serva più. Ma il vero supporto, cari prof, è l’insegnante. I ragazzi sanno che la loro serenità in classe sarà condizionata, nel bene o nel male, dai loro professori”

Storia di Ruggero, deluso dalla Sicilia: “Laggiù, a scuola e all’università, manco sanno cosa sia un Dsa”. 

L’immagine dei rigatoni alla norma, incollata nella sua mappa concettuale per ricordarsi di una normativa, è l’aspetto più divertente almeno in apparenza, del suo racconto. “A scuola – inizia a dire –  c’era il buio per me. Le giornate erano grigie. Vedevo la scuola come un nemico. Ma un’amica mi aiutò”. Ruggero Di Vincenzo, diplomato al classico con un voto basso, poi laureato con 110 e lode in Beni culturali, ha iniziato un nuovo percorso universitario: ora studia Scienza dell’educazione a Parma, perchè dice di voler dare ai bambini ciò che la scuola ha fatto mancare a lui. “Vedevo I professori, i compiti e le pagelle come dei mostri pronti ad aggredirmi. Alla quinta ora mi addormentavo non perchè la prof o la materia mi fossero antipatiche, ma perché mi ero tanto impegnato durante le prime ore che alla fine vai in tilt”.

Poi le medie. “Lì i miei compagni assimilavano tutto, io avevo come un freno a mano tirato. E mentre gli altri correvano a casa io facevo corsi di recupero di italiano tre volte alla settimana. Per me era una sconfitta. I miei compagni a casa e io a scuola, a soffrire. Poi gli anni del liceo. In terza media all’orientamento dissero che avrei potuto fare tutto tranne il liceo e siccome io sono testardo, mi sono iscritto al liceo classico”. Una bocciatura, poi quasi sempre rimandato in varie materie. Italiano, latino, greco, matematica le più gettonate per l’estate. Ma Ruggero non sapeva di essere un Dsa: “Ho portato un macigno sulla montagna”, sottolinea. E quando racconta di un’esperienza con una prof “che non auguro a nessuno”, qualcuno avvicina il fazzoletto agli occhi. Il terzo anno del liceo durante l’ora di italiano con una professoresa terribile, sentendo il solo rumore dei tacchi calava il silenzio in aula. Non salutava. Si sedeva, faceva l’appello e interrogava o spiegava senza dirlo prima. Un giorno mi chiama, alla sesta ora, mancavano dieci minuti alla fine, dopo cinque ore difficili. Speravo che spiegasse. Entra, si siede. Ruggero: vieni. Mi alzo al rallentatore e vado alla cattedra. Non è che non fossi preparato, ma ero stanco enon volevo fare una figura di schifo.

Un’ultima  domanda, mi disse. Primo canto, Divina Commedia, che peraltro ho amato tantissimo. “Molti son li animali a cui s’ammoglia”. Cosa significa ammogliare, Ruggerio? Prof, ammogliare significa accoppiare. E quindi Dante si accoppia con la lupa, Ruggero? Fece ridere tutta la classe, c’era mia cugina in classe con me, c’era competizione, con lei, con tutti. Per me fu una sconfitta”. Ruggero non sapeva ancora di esser affetto da dislessia, disgrafia, discalculi e disortografia. “Ho scoperto a 18 anni di essere Dsa, grazie a una mia amica che mi fece fare la diagnosi. A 18 anni. Mi sentivo diverso ma non lo ero. Con la diagnosi, che ha evidenziato tutti e quattro i disturbi, ho scoperto di avere un talento. La diagnosi mi ha trasformato in un uomo sicuro di sè. Ho imparato a usare le mappe, che i prof mi contestavano”. Troppe parole, allora legge, gli dicevano. Poi trasformò le parole in immagini. I rigatoni alla norma erano una normativa, il pulcino Pio era Pio Settimo, il segnale stradale di dare precedenza diventava per lui qualcosa che veniva necessariamente prima. Già, un prima e un dopo. Come le date, importanti nello studio della storia. Ma lui non le ricorda le date, non ce la fa. Il suo disturbo non gli consente di memorizzare le date. Ma c’è un prima e un dopo, e lui è in grado di capire che quello che è successo dopo, nella storia, è successo dopo, magari poco dopo ma lo sa. Non può bastare, prof, io non devo fare lo storico nella vita? Il professore stavolta è nel racconto un docente universitario a Catania al quale aveva fatto sapere per tempo di essere un Dsa e lo aveva pregato di non chiedergli le date. Tutto ma non le date, ma che poteva stare tranquillo, riusciva a collocare gli eventi in maniera perfetta sul piano temporale.

E lui che fa il giorno dell’esame? “Mi chiama davanti a tutti e mi dice, vieni con me, andiamo in segreteria, là devi dire che sei un Dsa e che usi strumenti compensativi. Poi torniamo e che fa? Mi chiede le date esatte. A quel punto gli dico: per rispetto dei suoi colleghi io mi alzo e me ne vado. Chi doveva tutelarci, all’università, non sapeva neppure cosa fossero i Dsa. Così sono venuto in Emilia, sono andato a Parma a continuare gli studi per la seconda laurea in Scienza dell’Educazione e ho ricomuinciato da zero ma ho iniziato a respirare, a vivere. Ma ho una promessa per la Sicilia. Devo fare in modo che la città di Catania sia serena con i Dsa. In Sicilia c’è la paura di dire che c’è un Dsa. C’è un’omertà che detesto.“Non mi vergogno del 64 alla maturità – racconta – nè mi esalto per la lode ottenuta nella prima laurea all’università. Stevie Jobs  e Albert Einstein non sono ricordati per come sono andati a scuola. Io non mi sono fermato. Invece di prendermi la specialistica ho cambiato e sono diventato un educatore. La gioia più grande è quando un bambino che seguo e che andava male mi  mi dice: ho preso sei, ho preso sette”.

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