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Psicologizzare l’infanzia e l’adolescenza non può essere la risposta al disagio espresso dei giovani. Lettera

di redazione

inviato da Alice Spada (UNIMIB) – Chiediamo ai Consiglieri, cogliendo l’opportunità di interrogarci come cittadini, la seguente: se l’insegnante deve abbandonare la pura trasmissione della conoscenza (perché la lezione non va più di moda) e se lo psicologo si occupa dell’aspetto della socializzazione e della crescita emotiva dei ragazzi, qual è dunque il ruolo finale dell’insegnante? L’insegnante a cosa serve? Tanto vale liberarsene, equipaggiare gli alunni di una velocissima rete Wi-fi che può fornirgli risposte aggiornate ed in tempo reale a qualsiasi domanda e, al Wi-fi, affiancare uno psicologo il quale può curare nei ragazzi le eventuali ansie derivanti dal logorio della vita moderna. Semplice, economico e sicuramente più efficace se l’obiettivo è quello di creare automi pronti a non avere alcun grado di indipendenza, creatività e pensiero critico.

Psicologizzare l’infanzia e l’adolescenza non può essere la risposta al disagio espresso dei giovani. Quella dei giovani non è una patologia della quale sbarazzarsi attraverso un percorso terapeutico bensì una fervente curiosità, un’urgenza, un tormento vitale di cui cogliere la meraviglia e le immense potenzialità. Quello che i giovani ci dicono a scuola, il conflitto a volte sguaiato e l’irrequietezza con la quale ci costringono a confrontarci è una vera e propria ricchezza. Rilegare il disagio ad una sfera tutta sua e dargli un’altra dimensione rispetto al contesto in cui emerge è già stato fatto, è storia nota e superata.

Interroghiamoci allora piuttosto non sulla necessità dello psicologo ma sul che cosa significa essere un insegnante, sulla sua valenza a livello individuale e collettivo. Che gli insegnanti si oppongano alla psicologizzazione della crescita degli alunni, con forza, e che rispondano attivando le loro migliori risorse in quanto Professionisti della Scienza dell’Educazione quali sono. Nel caso in cui invece fossimo nella preoccupante situazione in cui gli insegnanti non possono definirsi Professionisti della Scienza dell’Educazione, allora le strade sono due: curare gli alunni o cambiare gli insegnanti. Stiamo scegliendo la prima.

Concludendo, oso un consiglio ai Consiglieri. Per decidere come intervenire sulla Scuola è necessario che la Politica interrompa questa moda di rivolgersi ai media e investa invece tempo nella seria consultazione delle numerose pubblicazioni scientifiche che ruotano intorno ai temi dell’educazione. La tendenza ad ascoltare più i media che l’accademia possiamo non chiamarla populismo (con buona pace di chi di dovere), ma si tratta, in buona sostanza, di politica del dolore: facile, ma dalle conseguenze nefaste.

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