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Più chat meno dialogo, studenti impoveriscono lingua. Un suggerimento

di Giuseppe Lavenia

“Internet ci rende stupidi?”, Nicholas Carr, scrittore e studioso americano, qualche anno fa lo chiese sulle pagine della stampa.

Da lì a poco, non fu più il solo a farsi questa domanda (retorica, ça va sans dire) e gli studi su come i neuroni si stanno adattando ai cambiamenti che le nuove tecnologie ci chiedono, dandoci stimoli a suon di dopamina che creano benessere e continuano a pretenderlo, aumentarono. Era il 2010, sono passati già otto anni. Un lasso di tempo enorme, visto come corrono veloci i tempi. Se da una parte c’è ancora chi sostiene che il pensiero critico è venuto a mancare (e a mio avviso a ragione) e dall’altra c’è chi dice che internet è fonte di un nuovo umanesimo (un punto di vista sicuramente interessante e che andrebbe sviscerato più a fondo), nel mezzo credo che si debba osservare quanta insicurezza dilaga a macchia di leopardo on e off line.

Ma chi sono gli insicuri e di contro chi sono i sicuri? Essendo cambiate le certezze (eh, sì, anche quelle più che consolidate sono mutate), se osserviamo da dentro la rete i primi sono gli adulti (alcuni li definiscono migranti digitali), mentre i secondi sono i ragazzi (sempre alcuni li chiamano nativi digitali: hanno ancora senso queste definizioni?). È un dato di fatto: sempre stando dentro la rete, i ragazzi sono più pronti e più inclini ad addentrarsi in meandri che i grandi evitano sull’onda delle vecchie e ancora attuali raccomandazioni: “Non accettare caramelle da uno sconosciuto”. Lo sconosciuto, in questo caso, è il web. Ma cosa c’è davvero nei territori virtuali? Molti dei grandi, genitori e insegnanti, ancora non ne sono pienamente consapevoli, mentre i più giovani vi si avvicinano spesso con una spensieratezza imbevuta di onnipotenza. Bisogna, insomma accorciare le distanze digitali, perché se rimaniamo fermi su queste posizioni, gli uni intimoriti e gli altri leggeri nell’esplorare, è come se ci guadassimo da due lati di un enorme fossato senza un ponte che colleghi i due estremi. Potremo mai incontrarci, rimanendo immobili?

Una delle cose che suggerisco di fare, anche in classe, è quella di dare dei dati. Oggi, assistiamo a un peggioramento dei rendimenti scolastici. Lo dice uno studio americano, e lo dicono anche i fatti nelle aule stando a quanto mi riferiscono alcuni docenti. Pare che la messaggistica e il loro uso massiccio stia drammaticamente impoverendo le capacità linguistiche dei più giovani e le competenze relazionali. Scriviamo di più e parliamo di meno. Stiamo dentro chat disordinate, dove intuiamo più che comprendere il senso sgrammaticato e spesso sciatto dei messaggi, senza che nessuno mai si azzardi a chiedere una spiegazione prima di rispondere. O, esagerando, alzi il telefono per fare qualche domanda chiarificatrice al possessore del polpastrello veloce e distratto della situazione. Un primo passo, a mio avviso, potrebbe essere quello di creare momenti di conversazione dove allenare il pensiero alla creazione di parole e frasi che possano sostenerlo. Molta dell’aggressività, infatti, nasce anche da questa mancanza di sapere argomentare ciò che si vorrebbe ottenere.

Servono dati da mostrare ai ragazzi. Che cosa sanno della privacy in rete? Che cosa sanno di quanta fatica si fa a guadagnare il denaro che serve per l’economia domestica quando loro fanno clic dopo aver inserito i dati della carta di credito prepagata che gli hanno dato i genitori e arriva a casa il pacco con la cosa che hanno acquistato? E ancora, cosa sanno del sesso e dell’amore, dei sentimenti e delle emozioni? Io credo che sia il tempo di cercare nuove sicurezze, fatte di punti comuni. E lo si può fare solo indagando insieme ai giovani, sedendosi accanto a loro per scoprire con domande ad hoc come usano i nuovi strumenti che utilizzano con tanta abilità (e a volte superficialità).

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