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No al “quiz della fortuna”: le crocette non valutano il merito. Lettera

Inviato da Mario De Martino – I docenti chiedono ciò che in un Paese civile spetterebbe loro di diritto: il riconoscimento del proprio servizio.

I precari non possono essere considerati dallo Stato dei semplici tappabuchi, preparatissimi e assolutamente idonei al compito quando si tratta di occupare cattedre vacanti o sostituire colleghi in malattia o in maternità, ma ritenuti inadeguati e incompetenti quando arriva il momento di stabilizzarli.

Attualmente, nella scuola italiana, ai docenti precari spettano gli stessi oneri che competono ai colleghi di ruolo; per i primi, tuttavia, niente “bonus docenti” (nemmeno ai tempi della didattica a distanza) e, soprattutto, nessuna garanzia di occupare nuovamente una cattedra l’anno scolastico successivo a quello per il quale si presta servizio.
Non stiamo parlando di “dilettanti allo sbaraglio” ritrovatisi casualmente in un’aula, ma di personale laureato inserito in una graduatoria pubblica, il cui punteggio è il risultato del riconoscimento dei propri sforzi intellettuali ed economici: lauree, master, certificazioni linguistiche e informatiche, precedente servizio maturato.

Il concorso che si prevede per i docenti con almeno 36 mesi di servizio nella scuola statale consiste in una prova computer based: 80 quesiti a risposta multipla da soddisfare in 80 minuti. Ai vincitori del “quiz della fortuna” è riservata l’immissione in ruolo (limitatamente ai posti disponibili: pochissimi rispetto ai numeri dell’attuale personale precario della scuola); agli altri, nulla.
Il concorso, che vorrebbe valutare il “merito” dei docenti che hanno insegnato, valutato, promosso o rimandato i nostri ragazzi da almeno tre anni a questa parte, non tiene conto di chi ha prestato servizio nelle scuole paritarie o nei centri di formazione professionale, immotivatamente esclusi dalla stabilizzazione. A questi ultimi sarà riservato un altro concorso, sempre “straordinario”: 60 domande in 60 minuti, alle quali dovrà seguire la speranza di risultare assegnatari di una supplenza annuale, al cui termine un colloquio stabilirà l’eventuale idoneità all’abilitazione all’insegnamento. Per il ruolo, tutto sarà da rimandarsi a un successivo concorso (chissà come, chissà quando).

In Italia, insomma, si insegna per anni senza abilitazione; si promuove, si boccia, si rimanda; si partecipa a collegi e scrutini, perfino agli incontri scuola-famiglia; si accompagnano gli studenti nei viaggi di istruzione, si realizzano progetti didattici. Quando c’è da fare tutto ciò, a tempo determinato, i docenti (precari) sono bravissimi e competenti; quando c’è da stabilizzarli, in modo che possano continuare a fare le stesse cose ma con un contratto a tempo indeterminato, c’è da valutare il merito attraverso una manciata di crocette.
Un concorso per titoli e servizio o un PAS, come quello proposto nel 2013 – entrambi perfettamente in linea con quanto previsto dalla nostra Costituzione – rappresentano le sole strade da imboccare per una scuola in grado di valutare l’impegno e la competenza del suo personale.
Altre vie non ci sono. Nessun precario dovrà soccombere sotto una valanga di crocette.

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