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Merito scolastico. Non basta la parola per averlo. Lettera

di redazione

Inviato da Enrico Maranzana – Matteo Salvini ha affermato: ”La mia riforma è già pronta, sarà una buona scuola improntata al merito”.

Mia e merito sono vocaboli pregnanti. Per il ministro degli interni la dimensione del problema formativo è sottintesa, traspare dall’aggettivo possessivo: solo le questioni semplici possono essere risolte individualmente.

Le responsabilità formative e le dinamiche educative, caratteri di una società in rapida evoluzione, richiedono la sintesi di molti e variegati punti di vista. L’argomento merito aleggia da molti anni: nella scuola è meritevole chi risponde positivamente alle domande che gli sono rivolte. Due i soggetti in campo: il primo formula le richieste, il secondo le elabora e risponde. L’intellighenzia scolastica ha semplificato la situazione, snaturandola: il momento delle consegne è lasciato nell’indeterminatezza.

Come si può parlare di merito se i risultati attesi non sono stati precisati? Come possono essere valutate le conseguenze in assenza delle premesse?

Si può parlare di merito solamente se è stata accertata la corretta formulazione delle richieste. Un accertamento facilitato dal Piano Triennale dell’Offerta Formativa che “è il documento fondamentale costitutivo dell’identità’ culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche”.

Progettualità è la parola chiave. La progettualità si fonda sul raffinamento delle finalità: sono da esplicitare sia le corrispondenti competenze generali, sia quelle specifiche. All’identificazione dei traguardi segue la formulazione d’ipotesi, la gestione delle strategie, il feed-back.

I PTOF elaborati dalle scuole, visibili in rete, trascurano i comportamenti che gli studenti mostrare quando affrontano i compiti loro assegnati (competenze). Ne consegue: la questione “merito”, posta inizialmente, implica la rivisitazione dell’intero sistema scolastico.

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