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Le chat rovinano le classi. Lettera

di redazione

Inviato da Cristina Sbarra – Quanti di noi genitori non sono stati contenti dell’invenzione delle chat di classe, per poi, dopo qualche tempo, esserne inorriditi? E quanti non hanno avuto la voglia (e lo hanno fatto) di rispondere con cattiveria a quelle parole in chat? Chi non ha mai chattato scagli la prima pietra….

Il problema, però, è più serio per i giovani ‘nativi digitali’ (che non si sa poi cosa voglia dire, io direi più correttamente “nativi consumatori di digitale”).

Purtroppo, anche tra gli ‘educatori’, non sempre si è d’accordo su molte delle strategie da mettere in atto per frenare la dipendenza dal digitale che hanno ormai in modo conclamato i nostri studenti.

“Dobbiamo aprire gli occhi, ormai il cellulare è una ‘pendice’ delle loro mani, è inutile vietare loro di usarlo…” sento sentenziare da un lungimirante collega, durante un consiglio di classe. Peccato che nel regolamento d’istituto c’è scritto che non si possa neanche tenere acceso, in classe. Anzi, va tenuto spento, e in cartella. Ma le regole ci sono e ….si sa, in Italia non vengono rispettate.

“Poi se uno mi usa il cellulare ma mi prende sei, per me va bene” dice un altro.

Peccato ancora, però, che magari quel sei lo prende perché copia da internet un testo già fatto, o una formula, e il docente nobn se n’è accorto. Anzi, se fosse stato davvero bravo a copiare, magari quel sei sarebbe stato un dieci…(!)

Ma ahimé , udite udite, non son più nemmeno bravi a copiare, nonostante il mondo (alias internet) stia a ‘pendice’ di mano, appunto…

L’altro giorno interrogo due studenti, facendoli partire da un esercizio a piacere, sulla Legge di Coulomb. La scelta cade sul primo tra gli esercizi che avevo dato per casa, di cui tra l’altro avevo già descritto la soluzione nella lezione precedente. Non importa, penso io, vediamo se sono stati attenti e se hanno elaborati i concetti. Il disegno alla lavagna è quasi perfetto, ma mi accorgo di alcune imprecisioni. Ne chiedo i dettagli. Silenzio di tomba. Chiedo allora perché sia stato scelto quello schema. Scena muta. Le domande mi sgorgano spontanee: “Cosa sono le linee disegnate?…dove stanno le due cariche del problema?…”

Sembrava di domandare la Luna.

Continuo a chiedere, per smuoverli “Ma cosa avete disegnato? Cosa avete scritto?” Non lo sapevano. “Allora parlatemi della legge di Coulomb tra le cariche elettriche. Come è fatta?”

Ancora nessuna risposta.

Anzi, mi guardavano come si guarda un pazzo: ma cosa vuole sapere questa? Che domande mi fa?

Io comprendo in un attimo cosa è successo, dato che le avvisaglie c’erano già state.

Semplicemente questo: in classe quasi nessuno sta attento, o prende appunti, né tanto meno fa domande (che non sia la solita “posso andare al bagno?”). A casa, per studiare, loro si fanno mandare sulla chat di classe la foto dell’esercizio svolto dall’unico cretino che era stato attento e che ha fatto i compiti. O magari da chi è andato a ripetizione, se è generoso o spera in qualcosa in cambio. Loro copiano, senza chiedere spiegazioni (troppa fatica relazionarsi con una telefonata, e poi, in chat, gli argomenti di discussione sono altri..). E così si sentono la coscienza a posto. Io do loro 4 e li mando, a posto. Immagino che mi considerino severa, perché ho chiesto loro ‘troppo’. Ho preteso la comprensione di quello che avevano scritto. Forse, secondo loro, mi dovrei accontentare del copia incolla, a cui si son bene abituati a casa e a volte anche a scuola, standomene a guardare col sorriso benevolo, senza fare troppe domande. Alla fine mi chiedo: cosa pretendo di cambiare in questi giovani qui?

Forse però, e qui lo dico anche a me stessa (perché mi piace sognare), con loro bisogna provarci ancora, a cambiare le cose. Magari cercando di stimolarli a ragionare con la loro testa, senza guardare le chat né il cellulare (anzi, facendoglielo allontanare da sé…, altro che pendice!). E seguendo il regolamento della scuola, perché è stato scritto per il loro bene, nonché per la nostra sicurezza. Per loro c’è ancora una speranza, mi piace pensare. E così vado avanti, facendo una boccata d’aria di fiducia.

Vogliamo infine spostare l’attenzione sulle chat dei genitori? E su come parlano male dei professori che pretendono troppo dai loro figli? No, grazie, basta così. Per loro non c’è più speranza.

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