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La scuola può migliorare se lavora in sinergia con l’Università

di redazione

Prof. Sebastiano Valentino Cuffari – Un argomento mi sta particolarmente a cuore, quello delle sperimentazioni didattiche riguardanti i cosiddetti ” nativi digitali “.

Più in generale, quello che noto è la scarsa propensione ad una sperimentazione sistematica e scientifica in ambiente scolastico. In parole povere: sebbene ad un livello che appartiene al mondo della ricerca universitaria sia ormai acclarato come il metodo trasmissivo funzioni poco e male, specialmente con gli alunni nati dopo il 1999 (data spartiacque che divide, simbolicamente, nativi digitali ed immigrati digitali), nelle scuole la sperimentazione viene demandata a pochi volenterosi, quasi mai è sistemica, e, in qualsiasi caso venga attuata, i suoi esiti sono scarsamente descritti e spesso nebulosi (quasi mai per esempio vi è traccia di questi esiti nei POF/PTOF).

Per questo motivo credo che andrebbero cambiate radicalmente le modalità di proposta e rendicontazione dei progetti e delle attività che vengono previste e adottate nei PTOF e nei singoli Collegi docenti/Consigli di classe. Qualcosa al riguardo l’ho già sperimentata, partecipando ad un progetto tenuto dal ricercatore e professore Maurizio Gentile  presso l’Università di Verona, progetto inserito in una serie pluriennale di ricerche e che ha previsto l’entrata in classe di ricercatori universitari e la videoripresa delle azioni didattiche formali e informali; io stesso inoltre ho cercato di rendicontare l’attuazione di una delle modalità possibili di Classe capovolta in una delle mie classi .
Mi pare che una maniera opportuna per agire in modo consapevole nell’attuazione di un progetto sia l’obbligo, da parte di ogni scuola, di pubblicazione, nella modalità del saggio scientifico/caso di studio, delle ragioni che hanno portato allo sviluppo di un certo progetto, delle modalità di attuazione, dei riferimenti scientifici che hanno portato alle scelte attuative, infine degli esiti.
Lo stesso ragionamento andrebbe fatto per l’adozione di particolari modalità di svolgimento delle lezioni, anche e soprattutto per normare l’ingresso in aula di esperti esterni alla scuola, la cui possibilità di azione in classe dovrà essere rigorosamente sottoposta alla pubblicazione e al vaglio dei risultati ottenuti.

Questa modalità di erogazione dei progetti potrebbe e dovrebbe portare ad una maggiore riflessione critica su quanto fatto in classe, nonché impedire l’ingresso in aula di figure, spesso pretese dalle famiglie, portatrici di modalità di azione prive di validazione scientifica. L”obbligo di pubblicazione porterebbe poi i docenti a dover davvero fare riferimento agli studi pedagogici e quindi imporrebbe un reale aggiornamento continuo. Infine, l’obbligo di pubblicazione ridurrebbe l’abuso di progetti privi di reali ricadute didattiche e, spesso, imposti da situazioni e realtà esterne alla scuola.

Mi riferisco per esempio all’alternanza scuola-lavoro, che è stata imposta nelle sue attuali modalità di svolgimento senza accurato studio preliminare: se appare chiaro che, almeno in alcuni settori, l’alternanza scuola-lavoro può portare a concreti benefici occupazionali per gli studenti (penso per esempio a quelli degli Istituti Professionali), non è chiaro quale sia la sua reale ricaduta didattica; in sostanza, allontanare uno studente dalla classe per  400 ore, come e quanto lo aiuta nell’apprendimento della lingua italiana, delle lingue straniere, nel far di conto, o anche solo in termini relazionali ed affettivi (per fare degli esempi)? Queste ricadute sono quantificabili e verificabili? Se sì, perché non lo si fa? Queste domande sono state poste poco e male, essendo prevalsi altri tipi di interessi; tuttavia, se è possibile, talvolta probabile, non certo sicuro, che gli studenti, concluso il loro percorso, svolgeranno mansioni e lavori vicini ai loro studi, è cosa certa che diverranno elettori, cittadini, membri di una comunità. Così, in termini puramente logici, tra l’evenienza possibile e quella reale, tocca che la scuola si occupi della seconda, puntando ad essere polo educativo e non centro per l’impiego.

Questo ragionamento ovviamente vale per qualsiasi tipo di progetto o attività: intercultura, viaggi d’istruzione, scambi culturali…

Sono consapevole che già l’atto stesso di misurare è un atto valutativo (come mi ha insegnato tante volte il caro amico e collega Cristiano Corsini ), così come so che non tutto è valutabile in termini quantitativi. Tuttavia, perché il nostro mestiere passi dall’artigianato al rigore della scienza, occorre di un cambio di passo e di paradigma, l’accettazione che non è con meno pedagogia che si fa la scuola, ma il contrario, e che è solo dalla sinergia tra scuola e università che il nostro sistema scolastico potrà migliorare.

Bibliografia e sitografia

Cristiano Corsini

Sebastiano Cuffari, Flipped Classroom: un caso di studio
Digital natives, a new way of learning

Paolo Ferri, Nativi digitali,  B. Mondadori, 2011 – 211 pagine
Maurizio Gentile

Vittorio Midoro, Ma i nativi digitali sono “illetterati digitali”: ecco il ruolo della Scuola

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