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La dispersione implicita si spiega guardando “a monte”

di Gianfranco Scialpi

La dispersione scolastica implicita è ben analizzata  da un articolo di Roberto Ricci (Invalsi).

Il quadro risulta completo se oltre a guardare a valle  (i risultati), si getta lo sguardo anche a monte (le cause).

La dispersione scolastica implicita, un’ interessante analisi

La dispersione scolastica implicita è stata  analizzata da un articolo di Roberto Ricci (Responsabile nazionale prove Invalsi).

Al contesto della tradizionale dispersione scolastica  (=abbandono ), R. Ricci ne aggiunge uno nuovo. Fino a un certo punto meno  incline a divenire notizia, fino a che non assume le caratteristiche evidenti di un dramma. Mi riferisco alla dispersione implicita. Scrive il responsabile Invalsi: ” Accanto ai giovani adulti che non hanno conseguito un titolo di studio di scuola secondaria di secondo grado, esiste una quota non trascurabile di studenti che terminano il loro percorso scolastico, ma senza raggiungere, nemmeno lontanamente, i traguardi minimi previsti dopo 13 anni di scuola… Anche questi giovani rappresentano un’emergenza per il paese, per due ordini di ragioni. In primo luogo, i dispersi impliciti affrontano la vita adulta con competenze di base totalmente insufficienti per agire autonomamente e consapevolmente nella società in cui vivranno.

Fin qui la riflessione che seguita dai dati completa il “quadretto”: la quota media dei dispersi impliciti è del 7,1% che sommata con quella relativa agli abbandono (14,5%) si supera la soglia del 20% di persone, intelligenze e risorse positive per il progresso del nostro paese “bruciate. Un dato allarmante!

Per capire occorre “guardare a monte”. Iniziamo dalla velocità e multitasking

Nei giorni scorsi sono apparsi diversi articoli di giornali o di stampa specializzata sull’articolo di R. Ricci. Tutti interessanti! Qui vorrei però porre l’attenzione sulle cause. Quello che in gergo si dice “andare a monte del problema”.

La prospettiva ci porta a considerare il ragazzo, la famiglia, il contesto sociale, la scuola. Ognuna di queste realtà è connessa con le altre, tale da creare una rete  dalla quale è difficile stabilire una graduatoria.

Il contesto attuale è caratterizzato dalla velocità e dal multitasking. E questo chiama in causa lo sviluppo tecnologico, ma soprattutto l’uso distorto che ne fanno i nostri ragazzi. Essi sono definiti “nativi digitali”, conferendo a loro un alone  di competenza che non corrisponde ai fatti. Il loro approccio, scrivevo sopra,  è basato sulla velocità della lettura che spesso si conclude cliccando sul pulsante “I like”, basando la loro scelta più sulla  sensazione ( “Colpire e sedurre” G. Lipovetsky)  che sull’approfondimento del contenuto. Spesso sintetico che richiama il format Twitter che prima del settembre 2017 imponeva 140 caratteri per messaggio, oggi invece raddoppiati.

L’operazione di lettura e di scrittura, quando quest’ultima è presente, è compiuta saltando senza uscire da un ambiente social o chat all’altro ( Multitasking).

Ovviamente questo approccio veloce e multitasking contrasta con la lentezza dello studio, propedeutico alla formazione delle competenze. Un esempio in parte collegato a quanto detto. Qualcuno ha definito i nostri ragazzi  la generazione Z del copia e incolla, impegnata a ricercare le informazioni più utili e funzionali al non perdere tempo. Da qui il senso di un interessante lavoro di N. Carr Internet ci rende stupidi? o di M. Spitzer “Demenza digitale”.

Si prosegue con la svalutazione sociale della cultura e…

A questo aggiungo la svalutazione sociale della cultura, spesso formalizzata da personaggi famosi con dichiarazioni riguardanti l’inutilità della cultura. Questa convinzione tocca le famiglie, soprattutto quelle che ricorrono al TAR per la bocciatura o una valutazione inferiore rispetto alle aspettative. Nella migliore delle ipotesi il sistema formativo  è inteso come un diplomificio dove conta più la promozione che la formazione.
L’atteggiamento delle famiglie spiega in parte la presenza delle classi pollaio. Infatti eccetto rari casi di presidio educativo da parte dei genitori che ricorrono al TAR e qualcuno anche in Cassazione l’obbrobrio voluto dal duo Gelmini-Tremonti (2008-09) è ancora presente. Chi fa esperienza di questo tipo di organizzazione sa benissimo che la formazione è necessariamente superficiale, non inclusiva, non personalizzata…
Ma anche il sistema formativo ha le sue responsabilità. In primis la Legge 107/15 che premia progetti fuori o attività espletate fuori dall’aula, dimenticando che la ragion d’essere del sistema formativo è la classe che si rapporta con le conoscenze, capacità e competenze che caratterizzano un curricolo.

Concludo citando l’usura lavorativa di docenti stanchi e da decenni presenti nelle aule. Nel primo caso la situazione porta al burnout, nel secondo invece presenta un sistema scolastico con una presenza di docenti ultracinquantenni. Tra questi diversi sono stanchi, demotivati dalle politiche punitive degli ultimi anni (Decreto Brunetta, 2009) o dalle intrusioni del financapitalismo (L. Gallino), processo iniziato con la Carta dei servizi (1995), proseguito con l’autonomia organizzativa (Legge 59/97 e D.P.R. 275/99) e la  Riforma Gelmini e chiuso con la legge 107/15. Senza dimenticare che intorno esisteva il nulla, costituto da dieci anni di vacanza contrattuale con una significativa perdita d’acquisto (7%, Studio Gilda).
Fatte queste premesse per la scuola l’impegno per una riduzione significativa della dispersione implicita, costituisce una mission impossible.

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