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Il “Public Speaking” come competenza strategica per il futuro della Scuola

di Giuseppe Sferrazzo

Il ruolo di noi adulti, formatori ed educatori, soprattutto oggi, nell’era della Comunicazione Social, diventa fondamentale per “coltivare” la capacità di comunicare bene nei giovanissimi.

Possiamo fare molto affinchè i nostri ragazzi siano più sicuri, ad esempio, attraverso la cura del “Public speaking”.

Ci siamo mai chiesti cos’è davvero il Public Speaking? Su quali abilità si fonda?
A che cosa concretamente ci prepara? Da che cosa ci protegge?

Ebbene il Public Speaking non è solo l’abilità di “parlare in pubblico” bensì è quella disciplina che fornisce tutta una serie di strumenti e strategie di comunicazione che consentono a uno speaker di esporre dei concetti di fronte a un uditorio nella maniera più chiara ed efficace possibile.

Sappiamo che la conversazione rappresenta una dinamica comunicativa fondamentale da acquisire e sviluppare.

Fin dalla più tenera età i bambini manifestano delle competenze linguistiche in modo rapido ed efficiente. Mi fermo a riflettere sul fatto che, purtroppo, noi adulti, sia che siamo genitori oppure insegnanti, non sempre alimentiamo la predisposizione innata alla socializzazione e al linguaggio con opportuni “stimoli e incoraggiamenti”.

E questo non è molto funzionale. Il Prof. Daniel Goleman ce lo ricorda nella sua immortale e fondamentale opera “Intelligenza Emotiva” Ed. BUR del 1996.

Le nuove generazioni, sotto molteplici punti di vista, si “costruiscono” con i mattoni della cultura e della socialità… almeno se abbiamo ambizioni positive per il nostro futuro e quello dei nostri figli. Nulla si improvvisa nelle Scienze sociali.

Il compito delle Istituzioni scolastiche dovrebbe essere anche quello di “addestrare all’ascolto” (cominciando proprio con i bimbi) e questo genererà persone capaci di comunicare più efficacemente… già perché proprio l’Ascolto è una delle basi della Comunicazione.

Il “repertorio” dei modelli relazionali che oggi viene offerto ai giovanissimi non è sufficientemente articolato… facciamo degli esempi? I modelli che hanno grande successo sono esclusivamente “asimmetrici”. In un contesto comunicativo uno vince e l’altro perde… senza scampo e senza pietà. Anzi, più è schiacciante la vittoria meglio è.
Mi spiego ancora meglio?

Chi grida più forte, chi sovrasta più energicamente, chi offende più duramente, chi si afferma con durezza… ha vinto… ha stracciato l’altro che, semplicemente, tace.

I giovanissimi, da chi hanno mutuato questi modelli relazionali ? Dagli alieni??

No. Siamo stati noi a passarli… negli ultimi trent’anni.

Senza accorgercene, o forse siamo stati superficiali, abbiamo “nutrito” i nostri giovani di modelli linguistici e relazionali violenti, di tipo top-down. Ha fatto comodo a tutti, al mondo della scuola, alle imprese, alla società in genere.

Le criticità che sono semplicemente “esplose” con l’avvento dell’universo del web non sono affatto un “virus” portato da un altro pianeta.

Ad esempio sono conseguenza del fatto che, per anni, è mancata l’educazione all’ascolto. Ascolto vuol dire rispetto. E rispetto significa una logica WIN-WIN, pur nella diversità (giustamente) delle idee o delle posizioni.

Non ci può essere ascolto se non c’è identificazione delle emozioni. Adesso è giunto il momento di correre ai ripari.

Contrariamente a quello che si crede, le abilità di Public Speaking, tanto ricercate e declamate oggi, non si riferiscono esclusivamente all’arte del “parlare bene”. Affatto.
Si tratta, in realtà, dello sviluppo di un’abilità che, come consiglia il grande Dale Carnegie in “Come parlare in Pubblico e convincere gli altri” del 1926, deve permettere di curare l’ascolto attivo e la ricerca di soluzioni creative con un impatto incredibilmente positivo sull’autostima e sull’addestramento alla resilienza. Solo così lo speaker sarà davvero convincente nella sua relazione con gli altri.

C’è un bel lavoro da fare… ma i risultati saranno sorprendenti e, soprattutto, di grande beneficio veramente per tutti… non solo per le nuove generazioni.
Public speaking significa di certo parlare bene e vuol dire anche incoraggiare al dialogo, che nasce dalla capacità di ascoltare. Ma significa anche insegnare che “saremo ascoltati” se useremo in modo appropriato il volume e il tono della nostra voce… e non grideremo per farci apprezzare.

La competenza di “public speaking” rientra tra quelle abilità relazionali di altissimo livello che gli studenti italiani possono e devono perseguire per diventare competitivi, valorizzando le proprie doti d’ingegno, per sostenere con profitto non solo interrogazioni e momenti di didattica in classe ma, soprattutto, colloqui professionali e sfide lavorative in un futuro molto prossimo.
Il public speaking fa davvero bene… crea e irrobustisce l’autostima e il rispetto, per se stessi e per gli altri, qualità ricercatissime che rientrano nella sfera dell’intelligenza sociale.

Strategie di Public Speaking

 

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