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Il peso della didattica: i 24 CFU non sono sufficienti, necessari percorsi ad hoc per insegnare, psicologi a scuola non sono atto risolutivo

di redazione

Dott.ssa Alice Spada Unimib – Riflettendo sull’educare, alcuni punti mi sembrano rilevanti. Il primo. In quanto esseri umani, sappiamo che quando cerchiamo di costruire qualcosa non tutte e tecniche sono uguali.

Ad esempio, costruire un ponte partendo dalla campata è diverso dal costruirlo partendo dalle fondamenta: il risultato è diverso, gli strumenti da utilizzare sono diversi, i materiali sono diversi.

Pare che questo principio valga di più per l’ingegneria e di meno per la didattica. Sarebbe importante invece che fosse un dato ormai consolidato il fatto che insegnare è diverso dal conoscere. Insegnare aggiunge al conoscere il sapere quali aspetti di una disciplina vanno trasmessi prima e quali dopo in base ad una gerarchia precisa (sebben variabile) di processi che caratterizzano l’apprendimento da cui dipendono tecniche specifiche. Ora, i risultati dell’impianto approssimativo e pressapochista che abbiamo dato all’educazione pubblica sono evidenti e traballano tanto quanto un ponte costruito da un ingegnere che non conosce i processi basilari del suo mestiere. Forse, azzardo, il problema è nei confronti dell’invisibile: il ponte traballante tutti lo potrebbero vedere mentre la didattica è un processo incolore, inodore, insapore, non direttamente accessibile ai sensi. Nel mondo governato dalle cose, dare peso a ciò che un peso non ha è sempre più complicato.

Il secondo. Se sociologia dell’educazione e pedagogia abbandonassero un grado ormai insopportabile di relativismo e si stabilissero come scienze capaci di fornire risposte operative sul mondo, ecco che insegnare non sarebbe più una vocazione (o un ripiego) ma una professione altamente specializzata. Della nebulosità della tecnica si sono approfittate per anni le istitituzioni, avvalendosi di sistemi di reclutamento strozzati e intermittenti. Di questa faciloneria oggi raccogliamo i frutti sia a livello della scuola (al netto del pietoso trambusto mediatico) sia a livello della cultura (politica).

Il terzo. La recente sfida dei 24 CFU, spesso acquisiti frettolosamente, con il fiatone ed in maniera sbrigativa, non sembra aprire alcuno spiraglio realmente fondato verso un modo compiuto di essere docenti.

E’ necessario istituire percorsi ad hoc per insegnare, percorsi non integrativi dei cinque anni da disciplinaristi bensì specifici per la didattica di una data conoscenza (e ci tengo a sottolineare: conoscenza). Tutto il resto verrebbe da sè. L’interdisciplinarità di tale impresa, in un’Italia ancora succube della mentalità “a cassettoni” cartesiana, la rende forse difficile, ma non impossibile.

In ultimo, e cercando di dare seguito all’interessante ragionamento di Mario Bocola pubblicato ieri, affiancare sociologi o psicologi agli insegnanti appare sicuramente necessario in una fase di passaggio ma non può essere visto come un atto risolutivo. Sarebbe come affiancare un consulente legale ad un avvocato: può avere senso in occasioni specifiche ma non può costituire la base di una professione. Se così fosse, sarebbe la professione stessa a dover essere riformulata, forse nel nostro caso partendo proprio dal peso della didattica.

Nella scuola c’è bisogno di psicologi e sociologi, gli insegnanti non hanno armi per potersi difendere. Lettera

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