Il voto di ammissione all’Esame di Stato conclusivo nella Scuola Secondaria di primo grado non può essere desunto da un calcolo matematico

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di Katjuscia Pitino – La normativa di riferimento è l’art.3 del D.P.R. n.122 del 2009, “Regolamento recante coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli alunni” che, al comma 1, rimanda espressamente all’art.11 del D.Lgs. n.59 del 2004, così come integrato dall’art. 1 comma 4, del D.L. n.147 del 2007, convertito nella Legge n.176 del 2007.

di Katjuscia Pitino – La normativa di riferimento è l’art.3 del D.P.R. n.122 del 2009, “Regolamento recante coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli alunni” che, al comma 1, rimanda espressamente all’art.11 del D.Lgs. n.59 del 2004, così come integrato dall’art. 1 comma 4, del D.L. n.147 del 2007, convertito nella Legge n.176 del 2007.

La lettura dell’art.11 del decreto succitato risulta interessante per far luce su alcuni aspetti essenziali della valutazione evitando così di far incappare i consigli di classe in errori di procedura ai fini dell’ammissione degli alunni all’esame di Stato conclusivo. Prima di tutto scansare il pericolo che l’ammissione e il relativo giudizio di idoneità siano esclusivamente il frutto di una media dei voti delle singole discipline proposti dai docenti. Non v’è dubbio che la normativa vigente al riguardo disponga tutt’altro e che la pratica scorretta di ricavare il giudizio di ammissione da un calcolo matematico potrebbe venire ad incidere in maniera negativa sulla valutazione personale dell’alunno, svilendo l’intero percorso scolastico compiuto nel corso dei triennio. Si aggiunga che nel decreto 122/2009 non si parla di media dei voti.

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Anzitutto occorre distinguere il voto di ammissione alias giudizio di idoneità, dall’esito finale dell’esame, il cui voto, in quest’ultimo caso, è invece desunto dalla media dei voti delle prove scritte ed orali, compreso il voto della prova scritta nazionale (INVALSI); il comma 6 dell’art.3 del D.P.R. n.122 del 2009 sancisce infatti: “il voto finale è costituito dalla media dei voti in decimi ottenuti nelle singole prove e nel giudizio di idoneità arrotondata all’unità superiore per frazione pari o superiore a 0,5”.

Per comprendere al contrario il significato di giudizio di idoneità non rimane che partire dal comma 4 dell’art 11 del D.Lgs. n.59/2004, modificato dal comma 4 dell’art.1 del D.L. n.147 del 2007 che così recita: “il terzo anno della scuola secondaria di primo grado si conclude con un esame di Stato, al quale sono ammessi gli alunni giudicati idonei a norma del comma 4-bis”; quest’ultimo stabilisce che il consiglio di classe, in sede di valutazione finale, delibera se ammettere o non ammettere all’esame di Stato gli alunni frequentanti il terzo anno della scuola secondaria di primo grado, formulando un giudizio di idoneità o, in caso negativo, un giudizio di non ammissione all’esame medesimo”.

Il comma 2 dell’art.3 del D.P.R. n.122/2009 riprende tale contenuto: “il giudizio di idoneità di cui all’articolo 11, comma 4-bis, del decreto legislativo n. 59 del 2004, e successive modificazioni, è espresso dal consiglio di classe in decimi, considerando il percorso scolastico compiuto dall’allievo nella scuola secondaria di primo grado”.

In sede di ammissione e di definizione del giudizio di idoneità, benché quest’ultimo sia espresso in decimi, il consiglio di classe, organo collegiale deputato alla valutazione degli alunni, è chiamato a “formulare” un giudizio di idoneità (art.11, comma 4-bis, D.Lgs.59/2004) considerando il percorso scolastico compiuto dall’alunno nella scuola secondaria di primo grado.

La formulazione del giudizio di idoneità non può quindi essere l’espressione di una media matematica, tutt’al più che sarebbe difficile esprimere attraverso quest’ultima l’intero percorso scolastico degli alunni, legato a diverse contingenze personali, a fattori psico-sociali, ad oscillazioni di profitto ed anche a comportamenti confacenti o non alla vita scolastica.

A prescindere dal voto in decimi non si può non tener conto anche della maturazione personale dell’alunno secondo una visione olistica, circostanziata da eventi, da risultati ottenuti e da dati soggettivi ed oggettivi.

Quando c’è di mezzo la valutazione, sarebbe interessante riprendere la metafora dell’iceberg, valutando sia la parte esplicita che quella latente dell’individuo, la prima rapportabile a ciò che è direttamente osservabile nelle prestazioni fornite dagli alunni, la seconda a quella che non emerge se non scavando a fondo nella parte interiore dell’individuo, facendo appello ai suoi processi motivazionali, socio-affettivi ed anche volitivi, in altre parole all’impegno, alla motivazione, alle strategie metacognitive, al ruolo sociale, all’immagine di sé, alla consapevolezza e alla sensibilità al contesto.

Il comma 2 dell’art.3 del D.P.R. n.122/2009, che sottolinea di dover considerare il percorso scolastico compiuto dall’alunno nella scuola secondaria di primo grado, al fine di determinare il giudizio di idoneità, sembrerebbe rinviare proprio al principio sopra espresso. Di conseguenza appare logico che il giudizio di idoneità debba essere dedotto, per ogni singolo alunno, attraverso un procedura di valutazione didattico-comportamentale, in cui il Consiglio di classe esprime le ragioni della valutazione, adducendo le dovute motivazioni a verbale. In aggiunta al fatto che ricavando il giudizio di idoneità da un mero calcolo matematico si verrebbe a svilire proprio il principio di collegialità che è insito nell’organo in parola. Al riguardo è utile ricordare che una sentenza del Tar Calabria – Catanzaro, la n. 514 del 7 marzo 2008 ha così asserito: “ogni valutazione deve essere eseguita collegialmente, dopo approfondito e puntuale esame per ciascun alunno, sulla base dei giudizi analitici dei docenti delle discipline di insegnamento. Ciò, anche perché ciascun allievo percorre un proprio iter, soggetto a valutazione finale complessiva, e, quindi, la situazione didattica di un alunno non può essere comparata con quella di altri soggetti”.

La valutazione dell’ammissione dell’alunno è quindi il risultato di un processo logico-valutativo, onnicomprensivo delle valutazioni operate durante tutto il triennio, in specie nell’ultimo anno, e non l’esito di una sterile media matematica.

 

Parlando di considerazione di percorso, nel comma 2 dell’art.3 del D.P.R. n.122/2009, il legislatore intende rimarcare che il voto di ammissione non può essere disgiunto dal vaglio degli anni pregressi e ancor di più negligere che il risultato debba scaturire da un iter collegiale.

A questo punto vale riprendere la Circolare Ministeriale, la n.48 del 2013 avente ad oggetto “Esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione. Istruzioni a carattere permanente”, in essa al primo paragrafo l’estensore afferma: “il giudizio di idoneità è espresso in decimi, considerando il percorso scolastico complessivo compiuto dall’allievo nella scuola secondaria di primo grado. In caso di valutazione negativa, viene espresso un giudizio di non ammissione all’esame medesimo, senza attribuzione di voto”; più avanti nella parte relativa all’esito dell’esame si legge: si ricorda che tutti gli allievi ammessi all’esame di Stato hanno già conseguito nello scrutinio finale almeno un voto di sufficienza nelle diverse discipline. È pertanto cura precipua della commissione e delle sottocommissioni d’esame far sì che il voto conclusivo sia il frutto meditato di una valutazione collegiale delle diverse prove e del complessivo percorso scolastico dei giovani candidati. Occorre quindi evitare possibili appiattimenti, che rischierebbero di penalizzare potenziali “eccellenze” e di evidenziare i punti di forza nella preparazione dei candidati, anche in funzione orientativa rispetto al proseguimento degli studi”. Si può evincere che se l’estensore della circolare parla di voto conclusivo dell’esame, consigliando di ricavarlo da una ponderata valutazione collegiale, (anche se a ben leggere il D.P.R. n.122 del 2009, il legislatore, a proposito di voto finale, fa riferimento alla media dei voti) è fuor di dubbio che tale attenta analisi collegiale debba esperirsi allo stesso modo per il giudizio di idoneità, il quale è dunque espressione ed esternazione di un processo logico-valutativo, compiuto dal consiglio di classe; accettando la prassi ormai consolidata in molte scuole di ricavare tale giudizio semplicemente dalla media dei voti, l’eventuale ammissione dell’alunno agli esami, in presenza di insufficienze in determinate discipline, svilirebbe il peso di queste ultime nel giudizio finale, in quanto l’attribuzione di voti più alti in altre discipline, non farebbe che compensare tali mancanze, con il risultato che l’alunno non eccessivamente impegnato in corso d’anno o degli anni, si potrebbe ritrovare premiato con un voto di ammissione diverso da quello che in realtà meriterebbe.

L’utilizzo della media matematica per dedurre il giudizio di idoneità è contra legem, non potendo rinvenirsi tale pratica all’interno dei riferimenti normativi sopra citati.

Come fronteggiare simili impasse procedurali sottraendosi al rischio di essere segnatamente aritmetici ?

Giova ricordare che è ancora vigente l’art.79 del Regio Decreto n.653 del 1925, modificato dal R.D. 2049 del 1929 che così dispone: i voti si assegnano, su proposta dei singoli professori, in base ad un giudizio brevemente motivato desunto da un congruo numero di interrogazioni e di esercizi scritti, grafici o pratici fatti in casa o a scuola, corretti e classificati durante il trimestre o durante l’ultimo periodo delle lezioni. Se non siavi dissenso, i voti in tal modo proposti s’intendono approvati; altrimenti le deliberazioni sono adottate a maggioranza, e, in caso di parità, prevale il voto del presidente”.

Da ciò consegue l’esclusione di una qualsiasi logica matematica, quanto piuttosto un processo di condivisione del consiglio di classe che decide collegialmente del giudizio di idoneità, evitando proprio, in sede di formulazione del giudizio, “possibili appiattimenti”. Ogni singolo docente è chiamato a proporre un voto della disciplina, fornendo breve motivazione, cui seguirà l’assegnazione del voto da parte del Consiglio di classe.

Sul principio della collegialità in questo particolare ambito è intervenuta la Nota n.1178 dell’Ufficio scolastico regionale per l’Emilia Romagna del 27 gennaio 2006 al cui interno sono richiamate due circolari ministeriali che non fanno altro che suffragare il principio fin qui sostenuto:

– la C.M. n.451 del 1967 riporta: “(…) Singolare rilievo ed efficacia, come è naturale, assume la collegialità dei giudizi in occasione degli scrutini. In essi come è noto, i singoli docenti hanno competenza a proporre all’esame dei colleghi componenti il Consiglio di classe, il voto di profitto, in base ad un giudizio brevemente motivato, ma il voto è assegnato,in ogni caso, ad opera del Consiglio di classe, il quale fa sue le proposte in un quadro unitario in cui si delinei un vero e proprio giudizio di merito sulla diligenza e sul grado di profitto raggiunto dall’alunno al compimento del periodo di tempo cui lo scrutinio si riferisce(…). Si deve perciò evitare che un malinteso rispetto delle competenze dei singoli spinga il Consiglio di classe a limitarsi all’accettazione pura e semplice delle proposte formulate dal professore della materia. Occorre, invece, che tutti i componenti del Consiglio di Classe portino il loro contributo, sicché i giudizi rispecchino veramente l’effettiva preparazione, rendimento e personalità dell’alunno(…)”.

– la C.M. del 20 settembre 1971 sottolinea: “ (…) Scrutini, esami e valutazione degli allievi. Il voto non costituisce un atto univoco, personale e discrezionale(…), ma è il risultato di insieme di una verifica e di una sintesi collegiale (…) per cui si richiede di tener conto dei fattori anche non scolastici, ambientali e socio-culturali che influiscono sul comportamento intellettuale degli allievi (…)”.

Se la normativa vigente non prevede affatto una media dei voti e anche vero che l’assenza nel verbale dello scrutinio finale di una motivazione circostanziata delle operazioni svolte dal Consiglio di classe, nel momento in cui esso realizza la propria collegialità, potrebbe essere fonte di notevoli contenziosi.

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