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Didattica a distanza, WhatsApp: come garantire la privacy da parte del docente e scuole

di Antonio Fundaro

La numerosa attività didattica, resa a distanza, ha riaperto il tema (mai per altro chiuso e chiaro) sulla tutela dei dati personali e della privacy che riguardano i minori che rappresentano, nella scuola italiana, quasi il 90% del totale degli allievi iscritti e frequentanti.

Prescindendo le due tipologie in cui divideremo i minori e che tratteremo, qui, nello specifico, il tema della protezione dei dati personali del minore è diventato un problema considerevole proprio in era Coronavirus e con la talvolta spregiudicatezza con la quale si utilizzano i social network. La minore età che stiamo considerando, difatti, è annodata a diritti rafforzati a deferenza di quelli, per carità altrettanto importanti, che interessano, invece, gli adulti, il cui trattamento dei dati, anche da parte delle scuole, è regolamentato in maniera diversa. Ricordiamo che è l’articolo 4 del Regolamento europeo (il Regolamento generale per la protezione dei dati personali n. 2016/679 – General Data Protection Regulation o GDPR – rappresenta la normativa europea in materia di protezione dei dati. Il Regolamento è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Europea il 4 maggio 2016, ed è entrato in vigore il 24 maggio 2016, anche se la sua efficacia ha decorso dal 25 maggio 2018) che chiaramente viene a declinare cosa intendiamo per trattamento dei dati personali. Per “Trattamento dei dati personali” si intende qualunque azione o insieme di azioni, terminate con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicate a dati personali o insiemi di dati personali. Tra questi, ad esempio, individuiamo “la raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la strutturazione, la conservazione, l’adattamento o la modifica, l’estrazione, la consultazione, l’uso, la comunicazione mediante trasmissione, diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, la limitazione, la cancellazione o la distruzione”. La nozione di trattamento assorbe tutte quelle operazioni che contengono una acquisizione di dati personali.

Social network, messagistica WhatsApp e regolamentazione ante GDPR

La prima considerazione da fare, sempre e comunque, anche a scuola se si utilizzano social network e messagistica istantanea, tipo quella di WhatsApp è legata all’età anagrafica del minore. Età che, assai sovente, il minore tende a non indicare, falsificare o a eludere quando opera senza controllo, in primis, a casa, dei genitori. Prima del sopra cennato regolamento europeo i maggiori social network avvertivano che era necessario possedere una età minima per iscriversi. Tale limite, invalicabile per moltissime società del settore, era fissato all’età di 13 anni. Ciò perché le principali piattaforme online essendo americane tendono ad applicare il limite stabilito dalla legge federale Usa, la cosiddetta Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA). Da quando è stata approvata la Legge sulla protezione della privacy online (COPPA) dei minori, i siti Web hanno compiuto progressi significativi nella protezione, la sicurezza e la privacy dei minori su Internet. Tuttavia, un sondaggio sui siti Web dei bambini condotto dalla Federal Trade Commission nell’aprile 2001, mostra che il resto della storia sulla protezione della privacy dei minori resta, purtroppo, ancora da scrivere. Anche se la maggior parte dei siti ha stabilito alcune protezioni chiave sulla privacy per le informazioni personali dei minori, che non hanno rispettato con tutti i requisiti della Regola. Solo per memoria storica, si ricorda che è stato il Congresso degli USA ha promulgare COPPA nel 1998 ciò al fine di limitare la raccolta di dati personali identificabili e le informazioni dai giovani senza il consenso dei genitori. Procedura che, come vedete, è stata integralmente importata in Europa e, per ciò che ci interessa, in Italia. La regola prioritaria stabilita dalla Federal Trade Commission prevede l’implementazione di COPPA, in vigore dall’aprile 2000, e richiede, stavolta con maggiore perentorietà, ai siti Web di pubblicare una privacy completa e, solo dopo, informare direttamente i genitori sulle loro pratiche di raccolta delle informazioni, di verificare il consenso dei genitori prima di raccogliere informazioni personali dai loro figli o condividerle con altri (a al riguardo il suggerimento agli insegnanti, si analizzerà anche successivamente, di non condividere nessun gruppo WhatsApp con i genitori, di fatto tenendosi fuori, definitivamente da ogni questione eventualmente legata alla privacy che neppure una liberatoria, ben fatta, potrebbe garantire). La legge prescrive, infatti, che nessuna persona giuridica (ad eccezione degli enti pubblici, e la scuola appartiene ad essi) può catalogare o archiviare dati relativi a minori di 13 anni se non per esigenze di servizio. Il COPPA immagina, inoltre, l’avviso di trattamento ai genitori, l’autorizzazione degli stessi, sempre e comunque provabile a richiesta anche se successiva, l’impegno obbligatorio di accettare misure di sicurezza e la proibizione assoluta di raccogliere dati personali non necessari al trattamento.

La normativa europea anteriore, contrariamente alla regolamentazione attualmente in vigore, non presumeva un vero e proprio limite che, tuttavia, si poteva dedurre dall’ordinamento giuridico generale. In Italia, se volessimo fare un esempio tangibile, la capacità di agire, cioè la capacità del soggetto a concludere atti che colpiscono la propria sfera giuridica, si acquisisce con la maggiore età, ovvero a 18 anni (come recita l’articolo 2 del Codice civile). Il minore tra i 14 e i 18 anni, ad esempio, ha una capacità giuridica affievolita. Mentre, il minore dei 14 anni di età non è imputabile e non possiede quella che è denominata come capacità giuridica. La normativa europea, se vogliamo, a titolo esemplificativo, fare un esempio prevede, chiaramente, che solo all’età di 16 anni un soggetto può dare, in maniera autonoma, il proprio consenso alla lavorazione dell’informativa dal medico, mentre al di sotto dei 16 anni il medico, sarebbe costretto, per ragion maggiore, a valutare il grado di maturità del minore per appurare se lo stesso sia in grado di assumere decisioni autonome, o prendere, in alternativa, il consenso di un genitore o tutore.

Il giovane di età compresa tra i 16 e i 18 anni di età, non soggetto ad alcun obbligo scolastico, con una capacità giuridica, anche in questo caso attenuata, può firmare un contratto (e l’esempio a cui va il nostro ragionamento è quello di iscrizione ad un social), ma non potrebbe esprimere il consenso ad atti giuridici che necessitano un consenso libero, particolare e informato, come accade per la profilazione (ovvero con l’apertura di un profilo su di un qualsivoglia social).

È necessario, difatti, sapere che l’iscrizione a un servizio online di un social come, ad esempio, Facebook, non è più solamente una semplice iscrizione ad un servizio ma si configura giuridicamente come un vero e proprio contratto con il quale l’utente (cioè colui che decide di iscriversi al social) esprime il proprio consenso a una profilazione determinata delle proprie condotte. Per meglio definire la cosa: lui lo vuole e lui lo acconsente. Ragion per cui, l’iscrizione a un social network o, comunque, in generale parlando, a un qualsivoglia servizio online, perciò, dipende dalle regole per la definizione dei contratti, per concludere i quali è necessario che il soggetto che intende profilarsi sia in grado di discernere i benefici e i pericoli e sia in grado di comprenderne la valenza, la natura e le conseguenze che il suo consenso determina. Il soggetto, qualunque esso sia, qualunque social possegga, che offre servizi, diretti ma anche indiretti, ai minori, ha l’obbligo di controllare che l’interessato sia in grado di dare convintamente il suo consenso, anche se il Working Party art. 29 ritiene, però, che non si accolgano tecniche troppo invasive per verificare la legittimità dell’autorizzazione, specie quando il processo non implica dei rischi eccessivi per le persone durante la profilazione. Solo per ricordarlo, per profilazione si intende l’insieme delle attività di raccolta ed elaborazione dei dati inerenti agli utenti di un servizio, al fine di suddividerli in gruppi a seconda del loro comportamento (segmentazione). L’articolo 4 del nuovo Regolamento europeo fornisce la definizione di profilazione come “qualsiasi forma di trattamento automatizzato di dati personali consistente nell’utilizzo di tali dati personali per valutare determinati aspetti personali relativi a una persona fisica, in particolare per analizzare o prevedere aspetti riguardanti il rendimento professionale, la situazione economica, la salute, le preferenze personali, gli interessi, l’affidabilità, il comportamento, l’ubicazione o gli spostamenti di detta persona fisica“. Il Considerando 24 nota che, per determinare se si è al cospetto di una profilazione “è opportuno verificare se le persone fisiche sono tracciate su internet, compreso l’eventuale ricorso successivo a tecniche di trattamento dei dati personali che consistono nella profilazione della persona fisica, in particolare per adottare decisioni che la riguardano o analizzarne o prevederne le preferenze, i comportamenti e le posizioni personali”.

In base al WP29 (l’European Data Protection Board, o Comitato europeo per la protezione dei dati è l’organismo che ha sostituito il Gruppo di lavoro articolo 29 – Working Party article 29 o WP29, appunto perchè previsto dall’art. 29 della direttiva europea 95/46, col nuovo regolamento europeo, ed è il gruppo di lavoro comune delle autorità nazionali di vigilanza e protezione dei dati) che ha realizzato le Linee guida in materia di processi automatizzati e profilazione, del 2018, la profilazione è basata anche quelli che si definiscono legittimi interessi del titolare del trattamento, alla stregua del marketing diretto. Però, è necessario, comunque, eseguire un bilanciamento degli interessi per poter liberamente valutare la possibile prevalenza degli interessi del titolare. Le linee guida richiamate sopra indicano alcuni elementi da valutare, e tra questi: il livello di dettaglio del profilo; la completezza del profilo (ovvero, verificare se il profilo descrive solo un piccolo aspetto della persona interessata, possiede, ad esempio delle restrizioni tale da impedire la fuga di dati personali o ha, di contro, un quadro più completo che rende necessaria una profilazione più severa sulla privacy); l’impatto della profilazione, ovvero gli effetti che si potranno determinare sull’interessato) e, infine, le misure di sicurezza volte ad garantire equità, principalmente evitando discriminazione, garantendo una accuratezza in quello che abbiamo definito processo di profilazione. Se l’ottenimento dei dati sensibili dovesse avvenire utilizzando dei cookie, è necessario applicare la normativa europea alla quale anche l’Italia fa riferimento avendola recepiuta.

Regolamentazione europea col GDPR (dal 25 maggio 2018), la profilazione e la tutela dei minori (studenti e non solo)

Il nuovo Regolamento generale per la protezione dei dati personali n. 2016/679 (General Data Protection Regulation o GDPR) ha assicurato, in base all’articolo 8, un disciplinamento specifico, che però non incide sulla capacità di agire che ha il minore, che rimane assicurata, quindi statalmente, dall’ordinamento civile nazionale. La norma non riguarda, in maniera generica, tutti i trattamenti di dati di minori, ma quella che chiamiamo applicabilità. Applicabilità che individua due requisiti specifici: che vi sia un’offerta diretta di servizi della società dell’informazione a soggetti minori di 16 anni; che il trattamento dei dati dei minori sia basato sul consenso. Se, all’opposto, il trattamento ha una diversa base giuridica (ad esempio, il rispetto di un obbligo di legge, i legittimi interessi, o quant’altro ad esso collegato), non si può, in alcun modo, applicare la norma de quo. La base giuridica deve essere esplicitata nell’informativa rivolta agli studenti, ai docenti o agli stessi genitori. Sarebbe utile, inoltre, comprovare la scelta della base giuridica e richiamare la base giuridica nel registro dei trattamenti (registro che va reso pubblico e consultabile). Per il trattamento dei dati di cui all’art. 9 (una volta definiti come dati sensibili), oltre a indicare una corretta base giuridica, serve fare riferimento alle anomalie annunciate nell’articolo che si richiama. È l’articolo 6 del Regolamento europeo che rende palesi le condizioni in base alle quali il trattamento può dirsi lecito, anche in presenza di soggetti minori di anni 18 ma con le specifiche narrate prima. Fatto salvo che siano necessari questi due requisiti, l’articolo 8 del citato regolamento prevede il divieto di offerta diretta di servizi digitali (come l’iscrizione ai social network e ai servizi di messagistica), ai minori di 16 anni, a meno che non si provveda, con tempestività e antecedentemente alla profilazione, il consenso dei genitori (occorre essere certi che il consenso sia effettivamente concesso dall’esercente la patria potestà e tal fine è necessaria la firma di entrambi i genitori, anche se separati, e l’alligazione della carta d’identità, fronte e retro) o di chi ne fa le veci (il DS farebbe bene a verificare le sentenze di separazione o divorzio per accertarsi a quale dei genitori è affidato i figlio o che tio di affidmneto è stato concesso o concordato). In buona sostanza, il GDPR inserisce una deroga, neppure troppo irrilevante, per i casi specifici indicati (i requisiti) a quella che è la regola generale fissata dall’ordinamento giuridico italiano, abbassando, di fatto, il limite dei 18 anni (per l’Italia), quindi una maggiore età di tipo digitale, per la quale è ammesso il consenso al trattamento dei propri dati personali anche con riferimento alla profilazione su un qualsivoglia social. Ci sono

Inoltre, tale limite può essere ulteriormente abbassato dagli stati nazionali. Anche se rimane impossibile scendere al di sotto dei 13 anni. In tale prospettiva generale, il legislatore italiano ha bloccato, decreto di adeguamento del Codice Privacy (dopo una lunga gestazione, l’8 agosto, è stato approvato il decreto 101 del 10 agosto 2018) di adeguamento della normativa nazionale al Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali (GDPR). Il testo è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 settembre, ed entra in vigore il 19 settembre.), il limite di età applicabile in Italia in 14 anni. La deroga riguarda anche altri stati nazionali che qui si sintetizzano: Belgio, Regno Unito, Spagna, Svezia, Inghilterra, Danimarca, Estonia, Latvia, Lettonia, Finlandia, Polonia, Portogallo – 13 anni; Austria, Bulgaria, Cipro, Italia, Lituania – 14 anni; Grecia, Repubblica Ceca, Slovenia, Francia – 15 anni; Croazia, Germania, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Ungheria – 16 anni.

La norma interessa la legittimità del consenso al trattamento dei dati personali e non grava sulla legittimità del contratto il cui regime normativo è disciplinato dalla legislazione nazionale e le controversie da foro competente a decidere sulle eventuali controversie che dovessero sorgere relativamente al servizio. Infine, se volessimo ulteriormente avere prova del fatto che la norma sia stata studiata e approvata per tutelare il minore, non certo per ostacolare che allo stesso siano resi disponibili servizi, il Considerando 38 specifica anche che “il consenso del titolare della responsabilità genitoriale non deve essere necessario nel quadro dei servizi di prevenzione o di consulenza forniti direttamente ai minori“. Il riferimento in questo caso è rivolto a chi tutela i minori come in materia di cyber bullismo o più generalmente di sostegno all’infanzia e all’adolescenza. Difatti, le norme in materia attribuiscono al minore, con anni superiori a 14, l’occasione di esercitare tutti quei diritti attesi a propria tutela contro la diffusione del cyberbullismo, che nelle scuole italiane sta divenendo, giorno dopo giorno, una vera piaga. L’ordinamento italiano concede al minore che abbia già 14 anni anche di concedere il proprio consenso all’adozione, cosa che sembrerebbe collidere con l’impossibilità che lo stesso ha garantito dallo stesso n giuridico, di iscriversi ad un social network.

Rammentiamo che solitamente i social network, come anche le società di messaggistica, prevedono un apposito modulo per informare dell’esistenza di account di minori con età inferiore a quella consentita, nel qual la società, anche dietro segnalazione, può disporre la rimozione formata dell’account.

Servizi online utilizzati anche dalle istituzioni scolastiche

Al momento, la regolamentazione dei vari servizi online presume questi limiti di età:

Whatsapp: i minori di 13 anni non possono iscriversi, per i minori di 16 occorre il consenso del/dei genitore/i; Twitter: i minori di 16 anni non possono usare Periscope; Facebook: i minori di 13 anni non possono iscriversi, i minori di 16 potranno iscriversi solo col consenso del genitore.

Codice privacy e legittimi interessi

Il decreto di adeguamento del Codice privacy al GDPR ha decretato che in caso di trattamento di dati di minori, sempre e comunque, in base ai legittimi interessi, la notifica del trattamento al Garante nazionale va effettuata solamente per la processazione relativa ai dati personali funzionali all’autorizzazione del cambiamento del nome o del cognome dei minorenni. Anche se il Regolamento non provvede a formulare un elenco tassativo di “legittimo interesse” da tutelare, il Considerando 47 chiarisce, con esempi particolari, alcune ben specifiche ipotesi tesi ad individuare i motivi legittimi per il trattamento, cioè recita “quando esista una relazione pertinente e appropriata tra l’interessato e il titolare del trattamento, ad esempio quando l’interessato è un cliente o è alle dipendenze del titolare del trattamento”.

La preminenza dell’interesse del minore e l’autorizzazione alle riprese video e foto

L’attuale normativa italiana tutela il generale principio di preminenza dell’interesse del minore, il cui principio, naturalmente, implica dei limiti nel trattamento dei dati personali anche da parte dei giornalisti, il cui trattamento abitualmente è liberato da limiti. Restando in capo al giornalista stesso la valutazione dell’interesse pubblico alla pubblicazione dei dati dei minori, lo stesso ha l’obbligo di non pubblicare notizie o immagini del minore se non nell’interessamento proprio del minore stesso. È evidente che la scuola avrà cura di acquisire ad inizio d’anno o, come consigliamo, all’inizio del percorso formativo del minore (valevole sino ad una eventuale revoca successivo di uno o di entrambi i genitori) l’autorizzazione con un’attenzione particolare ad ogni eventualità connessa con la didattica, con la didattica a distanza, con la promozione e pubblicizzazione delle iniziative, dei progetti, delle scelte metodologiche e didattiche.

Alcune scuole, dotate di apposita figura specialistica finalizzata a mettere in atto ogni intervento a tutela della privacy del minore, si sono dotate di una modulistica assai precisa con richieste e concessioni specifiche.

Per la Tutela della privacy, la Dichiarazione liberatoria per fotografie e riprese video, viene resa dai genitori degli alunni minorenni ai sensi e per gli effetti del Decreto Legislativo 196/2003 “Codice in materia di protezione dei dati personali”, su di un’apposita modulistica. Ve ne è una interessante, dell’ICS Renato Guttuso di Carini (Pa) che viene denominata “

Modulo di autorizzazione per la riproduzione del figlio-a con foto e riprese video e diffusione delle stesse per produzione letteraria e grafica su social, articoli giornalistici o servizi radiotelevisivi, libri a stampa o in e-book, cd-rom o dvd, sito web e pagina Facebook della scuola o di enti o associazioni, produzioni artistico-letterarie a vario titolo realizzate dalla scuola o dalle classi d’appartenenza dei minori e per essi dai dai docenti”.

Nella stessa, entrambi i genitori che firmano e allegano a carta d’identità, rendono la dichiarazione ai sensi del D. Lgs. 196/2003 ed anche ai sensi dall’art. 10 cod. civ. e degli artt. 96 e 97 legge 22.4.1941, n. 633, autorizzando l’Istituto a riprendere con apparecchiature audiovisive, fotografiche il proprio figlio nel corso delle attività didattiche svolte nell’ambito dei progetti del Piano dell’Offerta Formativa, delle attività curriculari ed extracurriculari della classe d’appartenenza o dell’Istituto nella sua interezza, e a divulgare il lavoro realizzato, con ogni mezzo, per promuovere l’attività stessa, il nome della scuola e le sue capacità didattiche-educative e formative. Nello specifico, con questa strepitosa formulazione dell’autorizzazione, i genitori autorizzano la scuola alle riprese del proprio figlio con foto o video e alla diffusione delle stesse per produzione letteraria e grafica su social, articoli giornalistici o servizi radiotelevisivi, libri a stampa o in e-book, cd-rom o dvd, sito web e pagina Facebook della scuola o di enti o associazioni, produzioni artistico-letterarie a vario titolo realizzate dalla scuola o dalle classi d’appartenenza dei minori e per essi dai dai docenti.

I genitori, firmando e acconsentendo, prendono atto che le riprese video e le fotografie, come i disegni ed eventuali produzioni cedute e rielaborati al/dal curatore saranno utilizzate esclusivamente per scopi didattici, per documentare e divulgare le attività della Scuola, quali partecipazioni a concorsi, mostre, festa della scuola, corsi di formazione, convegni e altre iniziative promosse dall’Istituto anche in collaborazione con altri enti pubblici, pubblicazioni di testi, articoli scientifici, poster anche in case editrici; che filmati, audio, fotografie, disegni, testi letterari potranno essere trasferiti, con cessione di diritti, senza possibilità alcuna di richiedere, oggi e nel futuro compensi, sul sito Web dell’Istituto, di altri enti, case editrici, giornali e riviste, o pubblicati, con le stesse modalità, su volumi, riviste e giornali, sempre per le finalità sopra riportate; che l’alunno eventualmente non autorizzato alla ripresa filmica (foto e video) sarà temporaneamente esentato dall’attività di progetto e solamente nel momento della ripresa stessa, come, per la pubblicazione dei testi o disegni, che, in caso di non autorizzazione, non saranno pubblicati, e verranno estrapolati dal lavoro complessivo in cui sono coinvolti altri alunni o docenti dell’Istituto; che le attività così realizzate potranno essere usate anche per promuovere le attività della scuola e delle singole classi su testate giornalistiche (giornali, tv, radio e siti on line di informazione e di comunicazione di massa). E, infine, cosa non di poco conto, che tutela l’istituzione e i docenti, gli stessi esercitati la patria potestà, sollevano la scuola, il suo dirigente scolastico e gli insegnanti interessati al progetto, da ogni responsabilità per un eventuale uso non autorizzato delle immagini da parte di terzi cui le stesse sono state cedute per servizi giornalistici e produzioni letterarie e/o artistiche o per eventuali furti operati da soggetti non autorizzati.

Cyberbullismo e rimozione dei contenuti anche su intervento della scuola

La recente legge numero 71 del 2017 ha immaginato dei peculiari compiti da parte dell’Autorità Garante per la Privacy nella materia del cyberbullismo. La legge, infatti, fissa e elenca delle misure di prevenzione e di educazione nelle scuole, da destinare sia alle vittime di questo ignobile e deprecabile fenomeno che per gli autori degli atti di cyberbullismo. Ancora, ai sensi e per gli effetti proprio di questa normativa i minori hanno la possibilità oltre che, naturalmente in via principale, il diritto di domandare l’oscuramento e in alternativa o congiuntamente la rimozione di tutti quei contenuti offensivi che ledono la propria dignità, decoro, immagine anche senza dover informare, preventivamente, i propri genitori. Tale richiesta è da inoltrare al gestore del sito o a colui il quale è individuato come titolare del trattamento, e, in seconda battuta (in tale occasione con l’intervento del o dei genitori), al Garante, che ha l’obbligo di intervenire entro e non oltre le 48 ore.

Pubblicazione di fotografie online non solo sui siti, ma anche su piattaforme o gruppi WhatsApp

La pubblicazione di una fotografia o di un filmato, ovunque avvenga, quindi non solo sui siti (o sul sito della scuola) ma anche su piattaforme o gruppi di WhatsApp, online si inquadra, senza ombra di dubbi, nel trattamento di dati personali e dei dati sensibili, e costituisce interferenza nella vita privata del minore se non debitamente autorizzata. In tal senso, ed il riferimento va ai genitori degli alunni della scuola, occorre fare peculiare attenzione nel diffondere immagini di minori, ugualmente che si tratti dell’immagine del o dei propri figli. Inutile dirlo che le scuole e gli stessi genitori, annualmente, dispongono ogni accorgimento sia per tutelare la legge che, dall’altro, per dare risposte all’esigenza preminente della didattica e, per come giustamente sostengono quasi il 95% dei genitori, dell’immagine dell’istituzione. Perché la comunicazione degli eventi, dei risultati, delle scelte della scuola sono la discriminante tra una scuola scelta e l’atra abbandonata e in regressione numerica del numero degli iscritti. Una recente sentenza del tribunale di Mantova (novembre 2017) ha stabilito che per la pubblicazione delle foto dei figli, che può avvenire, naturalmente, occorre il consenso di entrambi i genitori. Se non c’è l’accordo dei due genitori la foto non sarebbe pubblicabile. Il giudice Berardi ha, infatti, tenuto a ribadire che la pubblicazione delle immagini da parte della madre, in assenza di consenso del padre, viola l’articolo 10 del codice civile in tema di diritto all’immagine, e viola gli articoli 4,7,8 e 145 del d. lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (Codice Privacy) riguardanti la tutela della riservatezza dei dati personali, nonché gli articoli 1 e 16, I comma, della Convenzione di New York del 20/11/1989 sui diritti del fanciullo, ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991 n. 176. A ciò si aggiunge che l’art. 13 del decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448 (Codice del processo penale minorile) vieta “la pubblicazione e la divulgazione, con qualsiasi mezzo, di notizie o immagini idonee a consentire l’identificazione del minorenne comunque coinvolto nel procedimento. 2. La disposizione del comma 1 non si applica dopo l’inizio del dibattimento se il tribunale procede in udienza pubblica“. Il divieto in questione si osserva anche nel caso in cui, a qualunque titolo, sia coinvolto un minore in procedimenti giudiziari in materie diverse da quella penale.

WhatsApp e autorizzazione/liberatoria dei genitori

In epoca di Coronavirus e di didattica a distanza, alcuni docenti, quelli senza specifiche competenze o quelli la cui utenza è priva di strumentalità tecnologiche fondamentali per procedere ad una scelta didattica online su piattaforma, hanno deciso di servizi del WhatsApp. A tal proposito pur valendo tutte le considerazioni già espresse prima, è necessario o, meglio, sarebbe necessario farsi rilasciare apposita autorizzazione o liberatoria. Ve ne sono un’infinità, molte di esse non proprio adatte alla fattispecie da regolare. Di per sé, WhatsApp rimane, pur sempre, una metodologia e una tecnica e come tale segue la normativa italiana.

L’iscrizione Whatsapp potrebbe essere rivolta anche ai genitori degli alunni di una scuola. In questo caso l’obiettivo è quello di veicolare informazioni sulle attività educativo-didattiche organizzate dall’istituto scolastico (o da una semplice classe) e ogni eventuale comunicazione di rilievo sempre inerente alle sole attività scolastiche frequentate dai ragazzi. È bene sottolineare che, nonostante si sconsiglia vivamente la gestione congiunta di un gruppo genitori-docenti, comunque i messaggi dovrebbero essere inviati in modalità broadcast. Cosa significa questo? Unicamente che il numero di cellulare di colui che effettuerà l’iscrizione Whatsapp resterà segreto agli altri membri del gruppo. In buona sostanza ciascuno riceverà i messaggi solo dal numero determinato (un docente, ad esempio) o della scuola, come se fossero individuali, e non potrà vedere i contatti altrui e, dunque, non potrà leggere mai i messaggi da questi trasmessi. Questo utilizzo di WhatsApp è molto importante ai fini della tutela della privacy. Inutile affermare che ai fini dell’iscrizione è necessario possedere uno smartphone sul quale è stato precedentemente istallata l’applicazione Whatsapp. Il servizio nella maggior parte dei casi è completamente gratis e è utilizzabile a prescindere dal gestore di telefonia scelto. In ogni caso ricorda: l’iscrizione ad un qualsiasi gruppo WhatsApp richiede sempre il consenso da parte della persona interessata. Chi non lo richiede e forza l’iscrizione di un utente commette non solo una scorrettezza quanto un vero e proprio illecito penale dal momento che viola le disposizioni contenute nel Regolamento UE 2016/679 in materia di protezione dei dati personali. E non c’è dubbio che il numero di telefono è da considerarsi dato personale.

Come effettuare l’iscrizione Whatsapp

L’iscrizione al gruppo Whatsapp può ufficializzarsi attraverso la compilazione, la sottoscrizione e la consegna di uno dei fac simile che si possono trovare su internet o che la scuola ha disposto. Esplicitamente prima di apporre la propria firma e concedere la liberatoria Whatsapp raccomandiamo un’attenta lettura dell’informativa sulla privacy e delle condizioni generali di servizio. Queste ultime potrebbero prevedere taluni impegni e divieti a carico dell’utente (docente, genitore o alunno) come ad esempio: non tramandare informazioni di testo e multimediali che per contenuti ed immagini siano in opposizione con le finalità pubbliche del servizio; non portare disturbo o danno inviando messaggi alla numerazione erogante il servizio; assumersi in generale ogni responsabilità derivante dall’uso del servizio; non porre in atto azioni di messaggistica indiscriminata (classificabile come spamming). Infrangendo il disciplinare preparato dall’ente che distribuisce il servizio di informazione, l’utente potrebbe avere disattivato il proprio account subito e, talvolta, in maniera irrevocabilmente. In tutti questi casi, il regolamento del servizio deve immaginarsi la possibilità di cancellarsi dal servizio, in qualsiasi momento, e inviando un singolo messaggio del tipo “Nome e Cognome – Disattiva iscrizione o Cancellami”.

Dichiarazione liberatoria uso applicazione Whatsapp per D.A.D.

Sono molteplici le formule di dichiarazioni di liberatoria per l’uso di WhatsApp. La formula riproponibile, un po’ ovunque, nelle scuole, prevede che “i genitori autorizzino i docenti del/la proprio/a figlio/a ad adottare modalità di didattica a distanza per il tramite dell’applicazione per smartphone WhatsApp. Danno il proprio consenso, pertanto, a ricevere video o audio lezioni da parte degli insegnanti, consegne ed altre indicazioni o informazioni inerenti alle attività di didattica a distanza ed a restituire agli stessi immagini degli elaborati o dei prodotti realizzati dal/la proprio/a figlio/a a seguito di precise consegne. A tale scopo indicano il seguente numero telefonico mobile …………… quale utenza ove condividere informazioni didattiche con i docenti. I sottoscritti ricevono contestualmente il numero dei docenti del/la proprio/a figlio/a esclusivamente per gli usi sopra specificati. Con la sottoscrizione della presente liberatoria si impegnano inoltre i docenti a non divulgare o condividere con gli altri genitori le immagini degli elaborati del/la proprio/a figlio/a, assumendosi ogni conseguente responsabilità in caso di violazione. I sottoscritti dichiarano infine di non avere nulla a che pretendere in ragione di quanto sopra indicato e di rinunciare irrevocabilmente ad ogni diritto, azione o pretesa derivante da quanto sopra autorizzato.

Naturalmente inutile ribadire che siamo in una fase di dinamismo normativo e interpretativo senza precedenti e che le uniche certezze, talvolta, discendono proprio dalla norma primaria e dal buon padre di famiglia. In questa sovrapposizione continua del prima e del dopo, bisogna affidarsi al buon senso e alla priorità che rimane sempre e comunque la prossimità della scuola alla sua utenza. Vicinanza che, talvolta, non può che servizi dei video che permettono un contatto più empatico per come, ha più volte sottolineato, nitidamente, il ministro Azzolina.

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