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Capire dove va la scuola per capire dove va il paese: l’ultimo libro di Orazio Niceforo

di Eleonora Fortunato

La scuola come cartina di tornasole per comprendere le trasformazioni politiche del nostro Paese, quelle compiute, quelle in atto e quelle future. Orazio Niceforo, noto esperto di politiche scolastiche, ci accompagna in un excursus sulla storia recente del nostro sistema di istruzione.

Sappiamo bene quanto investimento reale e ideale i governi occidentali profondano nelle riforme scolastiche, e per questo riannodarle alla loro prospettiva storica e politica appare un’operazione intellettualmente affascinante e in larga misura proficua tanto agli operatori del mondo della scuola quanto a quelli del mondo dell’informazione e della comunicazione. La casa editrice UniversItalia ha fatto, perciò, una cosa doppiamente utile dando alle stampe l’interessante riflessione di Orazio Niceforo intitolata Da Gelmini a Fedeli. Scuola e politica dal 2011 al 2017, contributo che intreccia un dettagliato resoconto delle evoluzioni normative con puntuali riferimenti alla nostra storia politica recente, in una cornice che cerca di non trascurare anche il contesto internazionale.

Un risultato coerente col profilo dell’autore, la cui biografia ha coniugato impegno politico – nei panni di responsabile Scuola del PSI – e impegno scientifico – come docente di Sistemi Scolastici Contemporanei all’Università Tor Vergata di Roma e Vicepresidente della sezione italiana della SICESE (Sezione Italiana della Comparative Education Society in Europe) -, anche se è più con l’acume dello storico che Niceforo registra i limiti del prolificare dell’attività riformistica degli ultimi lustri e la mancata preparazione della società italiana a riceverli.

Il volume, che integra il saggio Da Berlinguer a Gelmini. La scuola che non cambia (Roma, Tuttoscuola, 2010), delinea in circa 200 pagine un affresco ricco di approfondimenti normativi da cui si staglia il sapido protagonismo dei Ministri: la solitaria Carrozza, la pirotecnica (almeno nella prima fase) Giannini, il tragicomico Renzi, una disincantata e pragmatica Fedeli.

Le molte pagine prevedibilmente dedicate all’epopea renziana tratteggiano la Buona Scuola degli esordi come un capolavoro di realpolitik che ha neutralizzato avversari e sindacati col nesso riforma-assunzioni, senza tacerne la disfatta della fase attuativa, le cui cause sistemiche l’Autore ravvisa da un lato nell’aver trascurato di affrontare problemi di fondo come la dispersione, i dislivelli territoriali e per tipo di scuola, l’edilizia ottocentesca, dall’altro nel non aver interpretato il legittimo desiderio degli insegnanti di ricoprire un ruolo di primo piano.

Ma non è una bocciatura senza appello: nel condurre una disamina chiara dei passi indietro compiuti dal processo riformatore all’indomani del flop referendario, Niceforo non nasconde che è proprio a questa fase che si legano anche le sue speranze, scorte nel rilancio della scuola come istituzione autonoma libera da ossessioni e affanni normativi, “in una strategia di medio-lungo periodo che ne rilanci il ruolo e il prestigio sociale”, nell’auspicio di un ministero post-burocratico, “capace di definire le strategie di sistema (obiettivi di apprendimento, valutazione dei risultati) dismettendo le tradizionali funzioni di controllo burocratico e procedurale”. Il tutto a spese del protagonismo dei Dirigenti Scolastici e all’interno di una metariforma più ampia della relazione insegnamento/apprendimento (Niceforo di recente ci ha spiegato in un’intervista che cosa intende), “l’unica – per usare proprio le parole finali del libro – in grado di liberare le energie endogene della scuola”.

Da Gelmini a Fedeli. Scuola e politica dal 2011 al 2017, Roma, UniversItalia, 2018.

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